Dal più grande social network del mondo a una impresa di networking sociale. Il salto di Chris Hughes si chiama Jumo e promette di accelerare il cambiamento globale.
“Insieme in concerto”. È questo il significato della parola in lingua Yoruba (un dialetto dell’Africa occidentale) scelta dal giovane Chris Hughes per il suo nuovo social network, Jumo. Quello precedente era nientemeno che Facebook, cofondato insieme a Mark Zuckerberg e altri nel 2004.
L’obiettivo di Facebook lo conosciamo più o meno tutti, così come i traguardi eccezionali raggiunti dal sito, che solo pochi giorni fa ha sorpassato il gigante Google in quanto a tempo di permanenza sul sito.
Jumo è un’evoluzione in senso filantropico – così lo definiscono i quotidiani americani – della sua precedente esperienza di business, anche se già in Facebook era presente l’applicazione “Causes”. “Causes fa un buon lavoro nel supportare le persone sia nel dare che nel raccogliere denaro per una realtà non-profit che già conoscono”, dichiara Hughes. Così, la piattaforma che si propone di “reinventare il modo in cui gli individui incontrano le organizzazioni che lavorano per cambiare il mondo” farà un passo in avanti in questo senso e servirà soprattutto a potenziare le realtà che non sono grandi abbastanza da potersi permettere una visibilità sui media arrivare al grande pubblico.
Jumo nasce evidentemente da una voglia di impegno ma anche da una convinzione: che esistano nel mondo milioni di persone che lavorano ogni giorno per migliorare le vite degli altri ma molte di più che non sanno come farlo. “Jumo metterà insieme ogni giorno individui e organizzazioni per accelerare il ritmo del cambiamento globale”, è la promessa.
Nel suo curriculum il ventiseienne Hughes vanta collaborazioni di tutto rispetto, come la gestione della campagna elettorale online di Barack Obama. Da questa esperienza e da quella con Facebook ha imparato, dice, “ad avere il massimo impatto sul mondo”. E proprio questa esperienza intende mettere a disposizione della sua idea. “Prima della campagna di Obama, lo standard era quello di assumere che la curva dell’attenzione delle persone fosse molto breve e che bisognasse aggredirla con un messaggio che insistesse sull’urgenza dell’intervento”, afferma al Los Angeles Times, “Invece con Obama abbiamo deciso di credere nel fatto che le persone hanno un’attenzione più lunga e che se costruisci una vera relazione con loro e le aiuti a capire di cosa parla la campagna, quali sono i valori e perché è importante per loro essere coinvolte, non contribuiranno solo una volta, ma nel lungo termine”. Le idee sono chiare: “Voglio allontanarmi definitivamente dal vecchio modello in cui devi chiedere alla gente di dare 10 dollari subito dopo una crisi umanitaria e andare verso un nuovo sistema in cui le persone donano non solo soldi, ma anche tempo e capacità, qualunque esse siano, a delle cause che sono personalmente significative e molto prima che il momento di crisi si manifesti”.
Il network sarà lanciato tra settembre e ottobre prossimi, ma l’obiettivo è di raccogliere entro quella data 2,5 milioni di dollari tra individui e fondazioni e pare che sia stata raccolta ad oggi già un quarto della somma.
Secondo Hughes, la gente nutre un desiderio genuino di contribuire a migliorare il mondo, ma il mondo online non è ancora riuscito a intercettare questo desiderio. Il trucco è questo: costruire un canale di informazione che aiuti la gente ad avere un rapporto costante con i problemi e l’impegno. Proprio il rapporto costante con gli altri, in effetti, è il fondamento del web social networking. Convogliarlo verso un’azione di aiuto concreta, massiccia e continuativa potrebbe essere una intuizione rivoluzionaria. Come essa verrà realizzata e se avrà successo staremo a vederlo. Chi l’ha avuta, intanto, promette bene…
Foto: Chris Hughes (cc Union Square Ventures, flickr)
Guido Arata






