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Salvo Mizzi al Working Capital Firenze (video)

14 ottobre 2009 scritto da Nicola Bruno - 1 Commento »

Excursus sullo stato di avanzamento del progetto di Telecom Italia: gli obiettivi, i dati e gli sviluppi futuri. Presentazione di Working Capital Media, spin-off orientato alla ricerca di idee creative in ambito televisivo e new media.

«Working Capital, come progetto di esplorazione si sostanzia in diverse attività: l’organizzazione del roadshow, ossia delle diverse tappe del tour, e la selezione/analisi delle proposte con relativa valutazione». A margine della tavola rotonda “Dialogo sull’innovazione”, che si è tenuta a Firenze presso Palazzo Strozzi lo scorso 30 settembre, Salvo Mizzi ha tenuto un breve intervento riepilogativo per rendere pubblico lo stato di avanzamento del nostro progetto.

Il responsabile Internet Media & Digital Communication di Telecom Italia ha ricordato alcuni dati di Working Capital: 5500 aspiranti imprenditori che hanno preannunciato la volontà di sottoporre un business plan, 250 piani già ricevuti ed entrati nella procedura di valutazione, 51 dei quali presentati proprio durante i barcamp. Inoltre 600 persone hanno presenziato e partecipato attivamente agli eventi mentre alcune migliaia hanno potuto seguire i lavori attraverso le dirette web in streaming.

Attualmente il progetto Working Capital ha 4 investimenti in corso. L’ultimo comitato d’investimento ha anche dato il via alla negoziazione per 5 su 6 progetti portati in short list, ossia ha avallato la creazione di un termsheet, un documento d’accordo sui termini con cui Working Capital s’impegna a supportare i business plan selezionati.
Anche Mizzi, così come il sindaco Matteo Renzi, non è interessato ad un racconto dell’innovazione rivolto al passato. Lo spirito che anima il progetto Working Capital mira ad aprire il dialogo sull’innovazione e a fornire gli strumenti concreti per realizzarlo. Grande importanza, in tal senso, viene data perciò al sogno, alla filosofia del “Think big” e al tema dei talenti.
Con l’obiettivo di fare scouting tra i meritevoli e fornire loro il supporto necessario, negli ultimi mesi il programma Working Capital ha esteso le proprie capacità, subendo due sostanziali modifiche in corso d’opera. La prima riguarda l’accordo con Top-IX, messo in atto proprio per creare una fase di pre-incubazione della durata di sei mesi con una capacità pari a 80 slot. Ciò significa che, nel corso dei due anni del progetto, Working Capital può indirizzare verso Top-IX sino a 80 start up -- o idee ancora acerbe -- per farle sbarcare su internet, metterle alla prova e verificare la loro bontà, la fattibilità del business e i feedback forniti dagli utenti in rete. La seconda modifica al progetto prevede, nello stesso arco di tempo, il finanziamento di 30 borse di studio da 20 mila Euro ciascuna per progetti di ricerca finalizzati alla pura innovazione che non hanno, al momento, alcun ambizione di diventare impresa.

Nel secondo video Mizzi presenta Working Capital Media, uno spin off del progetto principale che amplia lo spettro d’intervento di Telecom Italia nell’ambito dell’innovazione e soprattutto della creatività.

Franco Bernabè al Working Capital Firenze (video)

8 ottobre 2009 scritto da Nicola Bruno - 2 Commenti »

Fermare la fuga dei cervelli all’estero. Puntare sui giovani. Rilanciare il paese, usando le intrinseche opportunità offerte dalla rete. Questo il pensiero dell’amministratore delegato di Telecom Italia.

«Working Capital non è un’iniziativa imprenditoriale o economica, ovvero non è un’iniziativa di venture capital da cui  Telecom Italia si aspetta dei ritorni». Queste le parole dell’amministratore delegato Franco Bernabè, durante la tavola rotonda “Dialogo sull’innovazione” che si è tenuta a Firenze presso Palazzo Strozzi lo scorso 30 settembre.

Anche nelle modalità attraverso cui agisce, Working Capital non è da considerarsi un fondo di tipo tradizionale. Telecom Italia, infatti, non dà incentivi o strumenti di tipo finanziario alle start up coinvolte nel programma, piuttosto fornisce loro aiuti in natura come connettività, capacità di server, esperienza, capacità di elaborazione, ossia tutto quello che serve dal punto di vista infrastrutturale per costruire un’azienda.

Si è scelto di non finanziare queste imprese emergenti attraverso lo stanziamento di capitali liquidi anche perché l’esperienza della bolla speculativa del 2000 è stata fortemente negativa. Il costo sociale complessivo di quella crisi finanziaria è stato pesante ed ha avuto gravi ripercussioni.

Dal momento del suo lancio ad oggi, il progetto Working Capital si è evoluto. Una delle principali novità introdotte riguarda le borse di studio (il cosiddetto “contratto di ricerca”), ossia un finanziamento inferiore ai 30mila euro, concesso a giovani che, pur non essendo maturi per intraprendere un’iniziativa imprenditoriale, risultano meritevoli di aiuto riguardo lo sviluppo dei loro progetti di studio e di ricerca.

Attraverso Working Capital, l’ambizione di Telecom Italia è di dare un contributo positivo al Paese che, secondo Bernabè, ha ancora delle enormi potenzialità da esprimere. Dopo il 1989, dopo la caduta del Muro di Berlino, l’Italia ha perso prestigio sulla scena internazionale, occupando oggi un ruolo alquanto marginale; ma proprio per questo è necessario fare un salto per recuperare terreno. Bisogna fare affidamento sui giovani in quanto sono una delle risorse primarie per iniziare la risalita. Qui si può trovare riassunto lo spirito dell’iniziativa. L’idea di fondo è che dare ai giovani l’opportunità di costruirsi un futuro in Italia sia fondamentale, poiché solo così si può davvero rilanciare il Paese. La cosiddetta “fuga dei cervelli” va fermata a tutti i costi.

A tal proposito Working Capital si configura come un’attività esplorativa, uno strumento di dialogo con i giovani e con le istituzioni. Telecom Italia si è messa così alla ricerca di talenti, non rinunciando al suo ruolo sociale di grande impresa. Anzi, credendo a tal punto nel progetto da fare in modo che le sue più alte cariche contribuissero personalmente – vedi la presenza dello stesso Bernabè alle tappe del Working Capital Tour, agli eventi Venice Sessions, al Capitale Digitale, alla BlogFest, ecc.

La grande rivoluzione portata dalla rete, secondo Bernabè, è stata rovesciare il paradigma del gigantismo delle aziende e della loro strutturazione gerarchica, iniziata con la rivoluzione industriale. A suo modo di vedere la rete, caratterizzata da una struttura in cui l’intelligenza viene espressa nella periferia, può essere uno strumento validissimo per fare recuperare terreno all’Italia e creare una serie di opportunità per i giovani.
A margine del suo intervento Bernabè ha ricordato i numeri del progetto Working Capital: 5500 persone coinvolte nell’iniziativa, 250 idee progettuali esaminate, di cui 4 sono già state scelte e altre 5 sono in via di analisi.

Federico Fasce di Urustar – Elevator Pitch (video)

24 luglio 2009 scritto da Nicola Bruno - Inserisci un commento »

All’elevator pitch di Torino il game designer Federico Fasce ha portato un progetto di business inerente il gioco. La presentazione di Urustar – la sua società che produce giochi per il XXI secolo – parte da una massima di William S. Burroughs in cui si sostiene che i due principi di base del nostro universo siano la guerra e i giochi.
Sappiamo per certo che la gente dedica al gioco un sacco di tempo. In Europa il 40% delle persone lo fa per almeno 12 ore alla settimana; negli Usa questa cifra sale fino al 60%. Un trend, per altro, in salita.
Secondo Fasce i giochi meritano di essere considerati “il medium del Ventunesimo Secolo”. Come dovrebbero essere, allora? Come andrebbero progettati? Innanzitutto si dovrebbe supportare e favorire una delle loro caratteristiche fondamentali: l’essere ‘multiplayer’. Di per sé, il gioco nasce come qualcosa di sociale. lo è intrinsecamente. Sotto questo punto di vista, il tipo di gioco ‘single player’, quello che sino ad ora ha dominato la scena, può essere considerato una vera aberrazione.
Un’altra caratteristica che non dovrebbe mancare ai giochi è la crossmedialità, in quanto ormai non ha più senso pensarli come strettamente legati ad una piattaforma. La tecnologia a nostra disposizione permette tranquillamente di avere molteplici piattaforme che condividono lo stesso insieme di dati – magari salvati in remoto e perfettamente accessibili da device di vario tipo (consolle fisse, consolle portatili, smartphone, ecc.)
Terza feature imprescindibile: la pervasività. Oggi infatti è possibile usare il mondo reale come luogo di esplorazione per cercare e raccogliere dati da utilizzare nel gioco. Basti pensare alla moltitudine di applicazioni ludiche che si possono creare sfruttando un telefono intelligente (tipo iPhone) dotato di modulo GPS.
Ma perché creare un gioco? Oltre alla generazione di valore monetario (il denaro prodotto dalla vendita), la produzione di un gioco può avere altri scopi. Ad esempio può essere un buon veicolo per l’advertising. In questi ultimi anni è stato dimostrato che quello del gioco elettronico si rivela come un ottimo ambiente per veicolare pubblicità e messaggi di tipo promozionale – non solo di tipo ‘display’.
Inoltre, essendo un ambiente chiuso e protetto, il gioco può fungere da valido mezzo per l’apprendimento. È chiaro che giocando si può imparare. Ormai sembra quasi una banalità, ma è così e va ricordato. Diversi pedagoghi lo professano da decenni.
Non da meno, Fasce ci ricorda che giocare può essere una leva stimolante per l’attivismo. Il gioco può spingere la gente a fare qualcosa di concreto nel mondo reale – non solo dal punto di vista strettamente politico.

Marco Brambilla – Elevator pitch (video)

20 luglio 2009 scritto da Nicola Bruno - Inserisci un commento »

L’intervento di Marco Brambilla di Epicentro all’elevator pitch di Torino appare come la richiesta di soluzione ad un suo concreto problema personale – tra l’altro molto comune e diffuso: come condividere con parenti ed amici tutta la mole di foto che si scatta ai propri figli, o durante le vacanze, con chi è a corto di alfabetizzazione informatica e/o non è presente online sui vari social network?
Il punto chiave per rendere questo progetto un successo è riuscire a trovare un sistema che semplifichi al massimo l’accesso ad uno stream di documenti ad accesso limitato, ossia un feed, un flusso contenente foto – ma anche video e testi – che sia consultabile solo da una ristrettissima cerchia di persone autorizzate e che si aggiorni automaticamente con estrema facilità.
Se si vuole trasformare questa idea in qualcosa di redditizio, lo stesso Brambilla suggerisce di ‘guardare indietro’, di ‘colmare un gap’, ossia di mettere a punto una tecnologia nuova per andare a coprire una reale necessità di un’area non ancora colonizzata, di un gruppo di persone che ancora non ‘sono in Rete’. Il servizio andrebbe venduto in abbonamento con un costo fisso mensile, comprensivo anche del comodato d’uso per l’apparecchio.
I primi ostacoli da superare per la messa in moto del progetto sono sostanzialmente due: la costruzione di una piattaforma chiusa su cui caricare i contenuti che sia anche in grado di generare il feed e l’implementazione di un software specifico che giri su device portatili – stile tablet pc – portatori di un’esperienza d’uso molto semplice, simile a quella di un iPhone, “Qualcosa per cui non sia necessario accendere il pc”.

Il servizio speciale di Extracampus Tv (video)

15 luglio 2009 scritto da Nicola Bruno - Inserisci un commento »

Extracampus Tv ha realizzato uno speciale, un servizio interamente dedicato al Working Capital Camp di Torino con interviste a Marco Cantamessa, Gabriele Galateri, Gianluca Dettori, Mario Calabresi, Nicola Mattina e al team di Umedia. Particolarmente interessante la spiegazione delle modalità di accesso al progetto e delle differenze tra contratto d’incubazione e il contratto d’investimento.