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Il web 2.0 è forte: lo dice il Rapporto sulla multicanalità 2009 del MIP

15 febbraio 2010 scritto da Diomira Cennamo - 2 Commenti »

Gli utenti multicanale sono ormai il 40% della popolazione italiana e il social networking fa ancora la parte del leone. I dati dell’Osservatorio Mulicanalità del Politecnico di Milano forniscono un interessante spaccato sull’uso del web nel nostro paese.

logo mip

Crossmedialità è il tormentone degli ultimi mesi per chi si occupa di nuove tecnologie: non ci si può più accontentare di inviare un messaggio attraverso un solo canale,

ma si devono cercare più strade attraverso cui veicolarlo e, se possibile, adattarlo di volta in volta a queste.

Proprio la diffusione dell’utilizzo di più mezzi di informazione è monitorata in Italia dalla School of Management del Politecnico di Milano con un Osservatorio ad hoc, che ha da poco sfornato, in collaborazione con Nielsen, Nielsen Online e Connexia, il Rapporto sulla multicanalità 2009.

Si tratta di dati particolarmente interessanti, che voi – progettisti, start-upper o semplicemente interessati al mondo dei nuovi media – dovete assolutamente conoscere, per capire bene qual è il mercato di riferimento che la vostra futura impresa si troverà ad affrontare.

Innanzitutto, per chi lavora sul web in Italia è imprescindibile sapere che i connazionali internauti hanno ormai raggiunto quota 23,6 milioni, che nel 2009 in media hanno navigato per 29 ore (l’11% del tempo in più rispetto all’anno precedente) e hanno visitato 2040 pagine pro capite. Si tratta di una crescita del 7%, ovvero 1,6 milioni in più, rispetto al 2008, determinata soprattutto da donne (+10%) e ultra cinquantaquattrenni (il 19% in più dell’anno precedente).

Mentre le news sono in ottima ripresa – crescono di ben il 20% i lettori che si informano in rete – il web 2.0 è ancora una dimensione centrale in rete: la popolarità dei social network non solo non è stata intaccata, ma l’incremento del 13% dei loro utilizzatori nell’ultimo anno conferma che è in forte crescita.

In Italia gli utenti dei social network sono infatti giunti a quota 16 milioni. 9 milioni di italiani hanno costituito delle community online, mentre 10 milioni utilizzano i blog e 4 milioni i forum. 2,3 milioni i commenti lasciati complessivamente su queste piattaforme in Italia durante lo scorso anno.

Occhio a questo dato: gli utenti multicanale sono 20,4 milioni, vale a dire il 40% dell’intera popolazione italiana.

La multicanalità è soprattutto mobile: dei 50 milioni di utilizzatori di telefonini nel nostro paese, uno su quattro possiede uno smartphone (percentuale che sale al 35% nei 25-34enni). 8,5 milioni di italiani navigano in internet dal cellulare e il 13% di essi usa facebook da mobile.

Multicanalità poi non vuol dire soltanto utilizzo di più mezzi, ma anche contaminazione tra questi. E se l’11% degli italiani guarda almeno una volta al mese un programma tv su internet, il 14% ascolta almeno una volta al mese una webradio e il 27% legge un giornale sul web nello stesso periodo.

Di fronte a questi numeri ha ancora molto senso parlare di nuovi media? Una cosa è certa: mentre le aziende stanno mettendo a punto nuove strategie per relazionarsi a un mercato e a un consumatore sempre più liquidi, il terreno è fertile per fecondare – e far fruttare, è il caso di dirlo – i semi di creatività che contribuiranno a un utilizzo sempre più intelligente e innovativo di questi mezzi. E, a quanto pare, pensare – e progettare – in un’ottica multicanale paga.

Per approfondimenti sulla ricerca: http://www.multicanalita.it/

Finanziamenti per l’innovazione: l’Italia sotto la media dell’OECD

18 dicembre 2009 scritto da Nicola Bruno - Inserisci un commento »

Pubblichiamo una sintesi dei dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico sullo stato dell’innovazione del Paese Italia, a confronto con gli stessi indici di altri paesi appartenenti al G7 e alla stessa OECD.

Finanziare l’innovazione.
Nel campo delle spese per lo sviluppo dell’innovazione l’Italia appare significativamente al di sotto della media dell’OECD (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico). Nel 2007 l’ammontare investito nel settore R&D (ricerca e sviluppo) è stato pari solo all’1,1% del prodotto interno lordo, ossia esattamente alla metà della media del G7 (2.2%). Le imprese italiane hanno finanziato solo il 40% della spesa totale R&D, a differenza delle nazioni che fanno parte dell’OECD, dove le aziende ne finanziano mediamente il 53%. La partecipazione delle imprese in attività di ricerca universitaria o del settore pubblico è sotto la media OECD, come anche il livello di venture capitalism.

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Individuare nuove aree di sviluppo
Nel triennio 2005/07 l’Italia ha registrato il più basso numero di brevetti pro capite (13 per milione di abitanti) tra i paesi del G7 e uno dei più bassi nell’area OECD. Questi dati mostrano una relativa specializzazione nel settore delle tecnologie per l’ambiente e per la salute, mentre il campo delle nanotecnologie si dimostra debole. Nel 2008 la percentuale di individui con un collegamento in banda larga (19%) è stata la più bassa tra i paesi del G7.

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Competere nella nuova economia mondiale
Nel decennio 1998-2008 il tasso di crescita della produttività in Italia (0.4%) è stato il più basso tra tutti i paesi della OECD. Nel 2007 la bilancia commerciale per i beni ad alto tasso tecnologico, compresi quelli del settore ICT, ha mostrato un significativo deficit (-3.2%). Paragonate con la OECD, le aziende italiane utilizzano poco l’e-commerce, sia per vendere (3%) che per acquistare (12%). Anche il numero di nuovi marchi registrati pro capite è stato più basso (37 per milione di abitanti) della media OECD (62). Nell’anno 2008 i capitali stranieri in entrata e uscita dal paese sono rimasti di scarsa rilevanza.

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Cooperazione su ricerche internazionali
Il tasso dell’international co-patenting – brevetti realizzati da due o più inventori provenienti da paesi diversi – e quello dei cross-border patents – in cui il titolare e l’inventore provengono da nazioni differenti – mostrano un basso coinvolgimento per l’Italia nelle attività di ricerca internazionale, essendo essi rispettivamente del 14% e del 7%, quando invece la media OECD risulta superiore al 20% per entrambi gli indicatori. Inoltre, l’attrattiva internazionale delle università italiane appare scarsa, dal momento che il nostro paese ha il più basso tasso di dottorandi stranieri (5%) tra tutti i paesi del G7.

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Investire nell’economia della conoscenza
La performance del sistema educativo italiano appare in linea con i paesi della OECD. La statistica riguardante il termine degli studi universitari indica valori leggermente sopra la media per gli uomini, mentre quella che illustra il tasso di conseguimento del dottorato è di poco inferiore. Scienze e ingegneria sono le materie più gettonate (45%). Questo dato può essere collegato alla disponibilità di stipendi più elevati per coloro i quali sono in possesso di titoli di studio universitari, salari che in Italia risultano leggermente più alti della media OECD.

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Scarica qui i dati e i grafici (formato Excel)
Fonte: OECD.org.

Giuseppe Aceto: una piattaforma per la vendita di dati aggregati geolocalizzati

27 novembre 2009 scritto da Guido Arata - Inserisci un commento »

Al Working Capital di Napoli Giuseppe Aceto ha presentato una piattaforma per il commercio di dati aggregati georeferenziati.

Il progetto di Giuseppe Aceto consiste in un portale di compravendita di dati aggregati geolocalizzati. Al giorno d’oggi, infatti, a ogni contenuto può venire associata un’area geografica di appartenenza, e questo conferisce un importante valore aggiunto, che Giuseppe vuole applicare ai database di dati aggregati per renderli più interessanti agli occhi dei potenziali acquirenti.

Il portale permetterà di trovare fonti di dati geolocalizzati mediante una piattaforma e-commerce. Sono previsti due tipi di account: quelli dedicati ai fornitori di database e quelli per gli acquirenti. Come precisa Giuseppe, il tutto verrà regolamentato costantemente da un numeroso gruppo di moderatori, per evitare che vengano scambiati database di dati sensibili o falsi.

Sebbene il commercio dei dati esista già e sia molto florido, si tratta di un mercato poco visibile, incentrato su rapporti personali e su accordi ad-personam, che spesso escludono dagli affari i player più piccoli, penalizzando i clienti.

Salvo Mizzi al Working Capital Firenze (video)

14 ottobre 2009 scritto da Nicola Bruno - 1 Commento »

Excursus sullo stato di avanzamento del progetto di Telecom Italia: gli obiettivi, i dati e gli sviluppi futuri. Presentazione di Working Capital Media, spin-off orientato alla ricerca di idee creative in ambito televisivo e new media.

«Working Capital, come progetto di esplorazione si sostanzia in diverse attività: l’organizzazione del roadshow, ossia delle diverse tappe del tour, e la selezione/analisi delle proposte con relativa valutazione». A margine della tavola rotonda “Dialogo sull’innovazione”, che si è tenuta a Firenze presso Palazzo Strozzi lo scorso 30 settembre, Salvo Mizzi ha tenuto un breve intervento riepilogativo per rendere pubblico lo stato di avanzamento del nostro progetto.

Il responsabile Internet Media & Digital Communication di Telecom Italia ha ricordato alcuni dati di Working Capital: 5500 aspiranti imprenditori che hanno preannunciato la volontà di sottoporre un business plan, 250 piani già ricevuti ed entrati nella procedura di valutazione, 51 dei quali presentati proprio durante i barcamp. Inoltre 600 persone hanno presenziato e partecipato attivamente agli eventi mentre alcune migliaia hanno potuto seguire i lavori attraverso le dirette web in streaming.

Attualmente il progetto Working Capital ha 4 investimenti in corso. L’ultimo comitato d’investimento ha anche dato il via alla negoziazione per 5 su 6 progetti portati in short list, ossia ha avallato la creazione di un termsheet, un documento d’accordo sui termini con cui Working Capital s’impegna a supportare i business plan selezionati.
Anche Mizzi, così come il sindaco Matteo Renzi, non è interessato ad un racconto dell’innovazione rivolto al passato. Lo spirito che anima il progetto Working Capital mira ad aprire il dialogo sull’innovazione e a fornire gli strumenti concreti per realizzarlo. Grande importanza, in tal senso, viene data perciò al sogno, alla filosofia del “Think big” e al tema dei talenti.
Con l’obiettivo di fare scouting tra i meritevoli e fornire loro il supporto necessario, negli ultimi mesi il programma Working Capital ha esteso le proprie capacità, subendo due sostanziali modifiche in corso d’opera. La prima riguarda l’accordo con Top-IX, messo in atto proprio per creare una fase di pre-incubazione della durata di sei mesi con una capacità pari a 80 slot. Ciò significa che, nel corso dei due anni del progetto, Working Capital può indirizzare verso Top-IX sino a 80 start up -- o idee ancora acerbe -- per farle sbarcare su internet, metterle alla prova e verificare la loro bontà, la fattibilità del business e i feedback forniti dagli utenti in rete. La seconda modifica al progetto prevede, nello stesso arco di tempo, il finanziamento di 30 borse di studio da 20 mila Euro ciascuna per progetti di ricerca finalizzati alla pura innovazione che non hanno, al momento, alcun ambizione di diventare impresa.

Nel secondo video Mizzi presenta Working Capital Media, uno spin off del progetto principale che amplia lo spettro d’intervento di Telecom Italia nell’ambito dell’innovazione e soprattutto della creatività.

I trend delle start up europee attraverso la lente dei dati Seedcamp

14 settembre 2009 scritto da Nicola Bruno - 2 Commenti »

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Si registrano una grande popolarità del freemium e dei modelli di business misti, un periodo favorevole per i siti Marketplace e le start up attive nel gaming online, e una bassa presenza di team provenienti dall’Europa del sud.

Giovedì scorso Seedcamp ha annunciato la lista delle 21 start up che prenderanno parte alla prossima Seedcamp Week di Londra.

Seedcamp è un programma di seeding e menthoring che ambisce a far emergere il meglio dalla comunità dei giovani imprenditori europei. Capeggiato da Reshma Sohoni (CEO) e Saul Klein (chairman), il suo scopo principale è fornire alle nascenti start up tutto l’aiuto necessario al lancio di un progetto d’impresa, attraverso un network di oltre 400 mentori, ossia esperti di business appartenenti ai campi più svariati: venture capitalist, avvocati, investitori, specialisti di risorse umane, imprenditori, marketing manager, addetti alle pubbliche relazioni, giornalisti, ecc. Lo stesso programma agisce anche come piccolo seed fund, investendo direttamente in start up soprattutto attraverso la Seedcamp Week.

Questo evento, dal carattere intensivo ed immersivo, si tiene ogni anno durante il mese di settembre. Una gara a tutti gli effetti, il cui scopo è scegliere i migliori progetti di start up provenienti dall’area EMEA (Europe, Middle East and Africa). Durante i 5 giorni a disposizione i team prescelti, aiutati dal network di esperti succitato, provano a gettare le basi di un business effettivamente sostenibile. Il poco tempo a disposizione è motivo di grande stimolo per le start up “in gioco”: la grande prova da superare è proprio quella di riuscire a stabilire nel giro di una sola settimana le relazioni necessarie all’impresa – sia dal punto di vista del know how che da quello dei capitali.

Contestualmente alla pubblicazione della lista delle start up prescelte, i due dirigenti hanno anche diffuso alcuni dati sulle start up dell’area europea, derivati dalla frenetica attività che Seedcamp ha tenuto negli ultimi 3 anni. In questo lasso di tempo il programma ha vagliato 1500 candidature, incontrato team da 53 nazioni, creato un network di circa 500 mentori, tenuto dei mini eventi Seedcamp in 10 paesi, oltre a svolgere attività di menthoring per 280 aziende e investire fondi in 14 startup – 11 delle quali hanno poi trovato anche altri capitali esterni al programma.
Numeri interessanti che tracciano chiaramente i trend evolutivi del settore. L’epoca dei social network, dal punto di vista delle start up europee, può dirsi definitivamente tramontata. Dal 2007 ad oggi, infatti, la sua percentuale tra le aziende europee nascenti si è ridotta notevolmente. I cosiddetti Marketplaces (siti che agiscono come intermediari tra le parti) hanno avuto invece una crescita del 25%. Le start up dell’area Productivity/Business hanno quasi raddoppiato la loro quota (+97%). Anche le aziende che sviluppano piattaforme per il gaming hanno riscontrato una grossa crescita – nonostante partissero da una quota molto bassa – puntando soprattutto sui browser game e su quelli ideati per i social network.

Per quanto riguarda invece i business model, si riscontra una notevole riduzione per quelli basati sulla pubblicità. I team del Seedcamp che puntavano su questo tipo di sistema si sono sostanzialmente ridotti di un terzo, passando dal 30% del 2007 al 10% di oggi. Il modello Freemium, invece, ha raddoppiato la sua quota di presenza tra i team. Così come i sistemi misti (quelli che implicano un mix tra freemium, sottoscrizione e pubblicità) che sono cresciuti di ben 20 punti.

Dal punto di vista geografico, le quote di partecipazione a questo network pan-europeo di mentori, investitori e start up non giocano a nostro favore. Le start up provenienti dall’Europa del sud (Italia compresa) non hanno partecipato in modo rilevante al programma Seedcamp. Le regioni con la crescita più grande e più veloce sono state la Scandinavia, Israele, gli stati Balcanici e i paesi dell’Europa Centrale e dell’Est.

Fonte della foto: Seedcamp.com.