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Business model? Addio pubblicità, arrivano micropagamenti e abbonamenti. Il caso ZooLoo

23 marzo 2010 scritto da Diomira Cennamo - Inserisci un commento »

Siamo di fronte a un passaggio epocale? L’analisi di un investitore americano e il caso di una startup promettente del web 2.0

In un post sul blog ReadWrite Start, dedicato alle startup, Chris Cameron analizza il modo in cui alcune neoimprese stanno rivedendo i fondamenti del proprio modello di business, spostandosi dall’advertising a modalità a pagamento, basate sul micropayment e sulle sottoscrizioni. logo_zoolooCameron presenta il caso di ZooLoo, piattaforma di condivisione dei contenuti sui social media (ma anche di tante altre cose), il cui modello originario era trainato dalla pubblicità, con una pagina di e-commerce e la possibilità di ordinare la merce anche off line. Si trattava di un modello di business molto ampio.

“Ma scoprimmo che la cosa non funzionava”, racconta Aaron Baer, direttore della comunicazione della startup americana. E scoprirono anche che non era quello il modello desiderato dai clienti. Due erano infatti le alternative proposte: un servizio di base gratuito e un altro a pagamento che prevedeva il pacchetto completo dei servizi presenti sulla piattaforma. Il problema era che spesso al cliente non interessavano tutti questi servizi, ma solo alcuni, e quindi semplicemente rinunciava all’upgrade.

A gennaio 2010, in ZooLoo si decide di cambiare e viene introdotta una sorta di vetrina in cui gli utenti possono selezionare le singole caratteristiche a cui sono interessati e acquistarle. È il livello del micropayment.

Accanto ai feedback degli utenti, c’è stato un altro elemento che ha catalizzato la svolta di ZooLoo: gli investitori. “Ci dicevano: ‘avete un prodotto solido, ma vogliamo che troviate un modo migliore di confezionarlo e un modo migliore di venderlo”, prosegue Baer.

In effetti il cambiamento ha pagato davvero, determinando un aumento sostanziale delle vendite dei servizi premium. L’azienda sta facendo più incassi in termini di beni virtuali attraverso il sistema del micropayment rispetto a quelli che provenivano dall’offerta di un pacchetto all-inclusive, venduto a un prezzo più alto, e dal marketing pubblicitario.

Secondo ReadWrite Start, ZooLoo sarebbe proprio il caso paradigmatico di un passaggio generale, descritto da Dave McClure (investitore, blogger tecnologico ed ex imprenditore): “Stiamo scoprendo gradualmente che il modello di business di riferimento di internet deve forse essere il più semplice di tutti”, scrive sul suo blog, “vale a dire transazioni di base per beni digitali o fisici e transazioni ricorrenti (abbonamenti) per l’utilizzo ripetuto”.

Tra l’altro, un problema che sembra banale ma non lo è affatto è quello delle password dimenticate quando l’uso dei servizi è singolo, non ripetuto. Un problema a cui, secondo McClure, si può ovviare mettendo a disposizione un accesso tramite gli account più utilizzati (avrete sicuramente presente Facebook connect), e cioè quelli di Google, Facebook e iTunes, i servizi che saranno i leader dell’ecommerce login (eh sì, è nata una nuova stella…) nell’arco di cinque anni. Sono quelli usati quotidianamente e che quindi difficilmente finiscono nel dimenticatoio virtuale.

Il micropayment dunque come nuova frontiera e antidoto a quella che Baer definisce la bolla dei social media e del ‘siamo gratis: usaci!’, quando si tratta comunque di servizi che hanno bisogno di fatturare per esistere. L’esplosione è vicina? Uno spunto di riflessione d’oltreoceano per voi startupper d’Italia…

5 modelli di business per le start up del web

1 settembre 2009 scritto da Nicola Bruno - Inserisci un commento »

Jun Loayza

Le diverse modalità con cui un’azienda può generare profitto attraverso internet

Ogni impresa che si rispetti alla base della sua attività deve necessariamente avere un idea di come generare profitto. Il problema in molti casi è trovare il sistema giusto che trasformi l’idea di business in qualcosa di redditizio.
Se andiamo a restringere il campo, limitandoci alle sole società che operano su internet, possiamo dire che tutto sommato i business model possibili sono 5. Jun Loayza, il presidente di SocialMediaMarketing.com, ce li elenca su Mashable.
Freemium: modello che prevede diversi tipi di abbonamento, tra cui un’offerta base a costo zero per un servizio limitato. Il termine è ovviamente un crasi tra le parole “free” e “premium”.
Affiliazione: modello basato sulla generazione di ricavi attraverso l’indirizzamento di traffico ai siti web di aziende affiliate. Si cerca cioè di guadagnare la fiducia dei lettori per poi proporre agli investitori dei link a pagamento.
Sottoscrizione: modello in base al quale ogni utente, dietro il pagamento di un canone (mensile, annuale, ecc.) sottoscrive un abbonamento ai servizi del sito.
Beni virtuali: modello che prevede l’implementazione di online shop specifici all’interno del sito in cui gli utenti hanno la possibilità di acquistare dei beni virtuali (vedi il “Gift Shop” di Facebook).
Pubblicità: il sistema tradizionale, attivo ormai da tantissimi anni. Consiste nel vendere agli inserzionisti spazi pubblicitari sulle pagine del sito, finalizzati al piazzamento di annunci di qualsiasi forma e stile. Il valore del rendimento in questo caso dipende dal volume di traffico generato dal sito e dalla capacità di profilazione degli utenti, al fine di fornire agli inserzionisti quanti più dati possibili sul target della campagna.

Fonte della foto: lalawag.com