Internet per il Progresso. Le nuove lezioni di OilProject.org

20 maggio 2010 scritto da Diomira Cennamo - Inserisci un commento »

oilprojectOilProject nasce nel 2004 dall’idea di Marco De Rossi di una piattaforma di e-learning gratuito e aperto a tutti per avvicinare le persone all’informatica e all’utilizzo di Internet.

Nei primi anni i corsi si tenevano attraverso registrazioni audio e canali chat. Gli insegnanti, giovani tra i 15 e i 25 anni conosciutisi su un forum, prestavano gratuitamente la loro conoscenza che spaziava da Photoshop a linguaggi di programmazione e hacking di base o avanzato. Il tutto su piattaforma open source e sponsorizzato da Google Adsense, che fornì al progetto la prima importante opportunità di visibilità.

Oggi le lezioni sono erogate in formato video da personaggi di spicco dell’Internet nostrana e internazionale e la piattaforma è leader italiana nel free e-learning, con i suoi 9 mila studenti.

La serie di corsi partita il 2 maggio scorso è intitolata “Internet per il progresso” ed ospita personaggi di varia estrazione professionale che hanno rivoluzionato attraverso la Rete il modo di fare cultura e informazione, ricerca scientifica e lotta alla criminalità.
“In Italia è sport nazionale pensare ad Internet solamente come mezzo di libertà e luogo di espressione anarchica”, dichiara Marco De Rossi, responsabile di OilProject. “Quell’aspetto è fondamentale, ma per riuscire a smuovere la classe politica e sconfiggere il digital divide culturale dell’opinione pubblica, l’unico divide che esiste davvero, bisogna spiegare come Internet sia prima di tutto un volano per la produttività economica. Il benessere di domani passa da lì”.

Le lezioni sinora tenutesi sono state condotte da Marco Zamperini, che ha parlato della possibilità, offerta da Internet, di stare meglio tutti, da Stefano Andreoli su come Internet capovolga la satira, da Michele Boldrin sull’indipendenza dell’informazione economica sul Web, da Luca De Biase e Giuseppe Genna, che hanno parlato della narrazione e dell’attenzione ai tempi di Internet, da Paolo Ainio, che ha tenuto un intervento sull’imprenditoria hi-tech e su come essa può aiutare lo sviluppo dell’Italia, da Stefano Quintarelli e Paolo Gentiloni che hanno raccontato di come il Centrosinistra sta affrontando la tematica del progresso abilitato da Internet. Sigrid Verbert ha poi parlato del suo blog di cucina fotografica “Il cavoletto di Bruxelles”, Antonella Beccaria ha indagato il ruolo di Internet nello scambio delle informazioni, mentre Luca Trevisan ha parlato della ricerca scientifica distribuita sul Web e Luca Dello Iacovo di come i microfinanziamenti rivoluzionano il mondo del credito e del giornalismo.

I prossimi incontri avranno luogo:

Lo staff di OilProject ha anche un blog ufficiale, Shannon.it, che tratta di tecnologia.

Startup-terapia: le dieci domande da porsi ogni mese

6 maggio 2010 scritto da Diomira Cennamo - Inserisci un commento »

Una vera e propria terapia per la propria attività…E forse anche per se stessi. 10 domande al mese suggerite da un esperto d’impresa per fare un check-up della propria startup

Il terapeuta non ti dice cosa fare, piuttosto ti pone delle domande profonde che ti servono per scoprire cosa è giusto per te e cosa vuoi davvero.

Cosa c’entra questo incipit psicanalitico con le startup? Secondo l’imprenditore Jason Cohen di Smart Bear Software, i tempi in cui viviamo e il settore in cui operiamo sono tali da non poter fare delle previsioni, diciamo così, lucide o sensate (ferma restando la necessità del business plan come bussola per startupper e imprenditori, ovviamente).


Cartoons by Andertoons

Occorre perciò, una volta  al mese, fermarsi a fare il punto della situazione sul proprio business. Sono dieci le domande ‘auto-terapiche’ a cui cercare di rispondere o quanto meno prendere coscienza del fatto che non vi sa dare una risposta. Lo scopo ultimo di questa startup-terapia è arrivare a evitare di mentire a se stessi.

1. In una frase, cosa fa il tuo prodotto e chi lo compra?

2. In una frase, perché qualcuno lo compra?

Domanda difficile. Più breve e più precisa è la risposta, più comprendi perché esisti. Se la risposta è “davvero non lo so”, codice rosso: occorre rimediare al più presto.

3. Qual è l’ostacolo principale alla vendita?

Qualche esempio: la gente non sa che esisti, il prezzo, servizi insufficienti, strategia di vendita disorganizzata, look-and-feel del sito…

4. Qual è la cosa che dovresti fare per ricevere più feedback da clienti, potenziali clienti o vendite perse?

È opportuno che, almeno una volta al mese, tu raccolga informazioni ‘sul campo’, in quanto i feedback degli utenti sono l’unico sistema empirico per capire come costruire prodotti che la gente voglia comprare.

5. Se avessi zero entrate da oggi in poi, in quanto tempo esauriresti il tuo budget?

Fondamentale per affrontare rischi e imprevisti.

6. Se qualcuno ti prestasse 100 mila euro oggi, come li spenderesti per massimizzare i profitti futuri?

Questo ti servirà per capire su quali attività accentrare i costi. Generalmente sarebbe bene ridurre al minimo debiti e investimenti. Ma se le ‘cose da fare’ sono in evoluzione, le cose cambiano.

7. Se dovessi assumere qualcuno oggi, come definiresti il suo lavoro in modo da garantirgli un guadagno soddisfacente?

Fatti questa domanda anche se non hai intenzione di assumere nessuno nell’immediato. Cerca di capire cosa e quanto (esempio: 20 ore a settimana?). Questo ti aiuterà a stabilire le priorità nelle attività da pianificare.

8. Quali delle tue business operations non sopporti?

Comunicazione? Amministrazione? Sviluppo tecnologico della piattaforma? È importante che tu abbia ben presenti le attività necessarie che non ti piace fare, perché sono quelle a più alto rischio di procrastinazione.

9. Quali iniziative possono essere svolte parzialmente senza avere un impatto significativo?

Questo ti servirà per capire su quali attività evitare di perdere troppo tempo, togliendone ad altre.

10. Se avessi la possibilità di parlare per un’ora con un guru del tuo settore, cosa gli chiederesti?

Un modo divertente di chiedersi quali siano conoscenze, feedback e direzioni critiche per il tuo business in questo momento e individuare in quali punti sei debole e chi potrebbe aiutarti a colmare le tue lacune.

Scelte da startupper. La contabilità non è un optional

27 aprile 2010 scritto da Diomira Cennamo - Inserisci un commento »

Nelle prime fasi di vita è essenziale non improvvisare su un aspetto spesso trascurato dagli startupper: quello finanziario. Vediamo perché insieme ad alcuni esperti della materia

denaroLa startup è per definizione un oggetto molto delicato e la sua fragilità è dovuta a una serie di scelte che richiedono una certa oculatezza e che consentano di accompagnare con tutte le precauzioni del caso la nuova creatura nei suoi primi passi.

Antonio Tombolini, imprenditore web, individua in un suo post una serie di aree critiche che occorre presidiare e che spingono a non dare davvero nulla per scontato. Secondo lui sono quattro gli ordini di motivi in grado di mettere a serio rischio una startup: l’eccesso di denaro (eh sì!), una pessima esecuzione, l’idea sbagliata e un eccesso di crescita (come vi dicevo, nulla dare per scontato!).

Ma c’è un’altra area critica che ha ben poco di speculativo e molto concreta e che viene invece spesso trascurata, pur essendo un fattore determinante per il potenziale successo o insuccesso della neonata impresa. Si tratta della parte finanziaria.

Certo, non ci si può aspettare che un aspirante imprenditore magari esperto in architetture informatiche o che semplicemente abbia avuto l’idea di un’applicazione sia anche un profondo conoscitore di finanza. Tuttavia, questa competenza se non la si ha bisogna recuperarla. È un po’ anche questo, del resto, il ruolo dei venture capitalist o business angel: oltre al contributo economico, essi forniscono quell’apporto di competenza contabile che spesso manca alla nascente avventura di business.

In particolare, è cruciale capire se dal punto di vista operativo sia più opportuno propendere per un sistema contabile basato su un principio di competenza (accrual-basis) o piuttosto su un sistema basato su un principio di liquidità (cash-basis). Innanzitutto, capiamo velocemente la natura dei due approcci.

Nel primo caso, ci si affida alla fatturazione (ordini e acquisti), indipendentemente dai liquidi presenti in cassa, mentre nel secondo caso è il denaro effettivamente stipato nei vostri salvadanai che conduce il gioco.

Considerato che la startup è un oggetto per sua natura molto dispendioso e poco remunerativo, cosa conviene fare nelle sue prime fasi di vita?

Su questa spinosa questione abbiamo recuperato un parere originale, quello di Jason Cohen, multi-imprenditore, fondatore di Smart Bear Software. Sul suo blog dedicato alle startup tecnologiche, Cohen propone una formula ibrida, che ha battezzato “metodo del gatto fifone”, perfetta per i contesti caratterizzati da forte sperimentazione e che lui stesso ha utilizzato per la sua Smart Bear Software. Due le motivazioni essenziali alla base di questa scelta:

a. Le entrate contano solo quando i liquidi sono in banca (cash-basis). È imbarazzante incorrere in spese quando non vi sono ancora entrate.

b. Le spese contano immediatamente (accrual-basis). Una volta pianificate, le spese vanno effettivamente fatte.

Un sistema del genere consentirebbe, secondo Cohen, di pianificare quanto denaro ci si può permettere di perdere nell’esperimento.

Vediamo cosa pensano a riguardo i nostri advisor. Per Elena Salvano di dPixel,

L’idea di Cohen di usare un modello misto tra i principi di competenza e di cassa è senz’altro una scelta condivisibile ed in linea con uno dei criteri di base della contabilità di bilancio: la prudenza. Alle start up si associa un rischio di fallimento sicuramente maggiore rispetto alle società già avviate da tempo:  registrare i flussi in entrata, nel momento in cui questi effettivamente si realizzano, serve ad avere un quadro più realistico della situazione finanziaria dell’azienda. Inoltre, considerando che una startup necessita di investimenti all’inizio della sua attività, è possibile sapere mese per mese di quanto questa dispone effettivamente in cassa e quali spese può fronteggiare.

Al contrario, valutare i ricavi in base al principio di competenza può essere difficile e rischioso all’inizio di un nuovo business e non è scontato che queste previsioni si realizzino.
Il modello basato esclusivamente sul principio di competenza si adatta meglio ad aziende già “stabili” e, in questi casi, offre senza dubbia una visione finanziaria più accurata sull’andamento di lungo periodo.

Insomma, meglio essere prudenti in un momento così cruciale per il futuro della vostra impresa. Meglio un gatto fifone oggi…E un consiglio: su questo aspetto non improvvisate ma affidatevi a chi ne sa più di voi, se non avete le idee abbastanza chiare a riguardo.

(Foto: cc sgnecc, flickr)

Consigli per startup: come fatturare un milione di dollari al mese

19 aprile 2010 scritto da Diomira Cennamo - 1 Commento »

Lo spunto viene da alcune giovani web companies di social gaming, e-commerce e servizi in abbonamento dal cash-flow in attivo e dai fatturati in continua accelerazione. Proviamo a carpirne qualche segreto con un appassionato Venture Capital del settore

Jeremy Liew ha lavorato in AOL ed è stato General Manager di Netscape. È Managing Director di Lightspeed Venture Partners, una grande società di Venture Capital attiva a livello globale, in cui si occupa degli investimenti su Internet e mobile, con particolare interesse verso i social media, l’e-commerce, il gaming e il settore finanziario, indirizzato all’aumento della monetizzazione.

Sul blog della sua azienda, Liew dà alcune indicazioni su come una startup può arrivare a fatturare in breve tempo milioni di dollari al mese.

Negli anni 2005-2006, i primi del web 2.0, le startup traevano vantaggio da costi di sviluppo molto più bassi e cicli produttivi più veloci per costruire prodotti convincenti e adeguate basi utenti senza stare troppo a pensare alla monetizzazione, almeno nell’immediato. Per aziende come YouTube e Facebook, questo approccio ha funzionato benissimo e ha portato a una velocissima creazione di valore, spesso in anticipo sulla crescita dei ricavi. Una delle caratteristiche dell’attuale generazione di “hot companies” è un focus iniziale sul business model e sulla generazione delle entrate.

Questo è un fenomeno trasversale, che include aziende di social gaming come Zynga, Playfish e Playdom (che fa parte delle incubate di Lightspeed, ndr), di e-commerce come Gilt, Ruelala e HauteLook, siti per contrattazioni locali come Groupon e Living Social, e di servizi in abbonamento come LifeLock o Zoosk.

Tutte aziende che sono cresciute esponenzialmente in tempi rapidissimi.

Queste società hanno visto i propri ricavi raggiungere milioni di dollari al mese in 12-18 mesi dal lancio, con un ritmo sconosciuto alle precedenti generazioni di startup.

Il successo di Zynga, Playfish e Playdom è ben documentato. Zynga è a quota 10 milioni di dollari di ricavi mensili, mentre Playfish e Playdom sono a un milione e tutte entro i due anni dal lancio.

Gilt Group, impresa nata soli due anni fa, è già oltre i 150 milioni di dollari in revenues, secondo Business Insider.

Crescite di questo tipo, da 0 a 150 (milioni di dollari) nel primo biennio sono impressionanti e molto più rapide di quella che può vantare Amazon, per esempio. È anche vero, come ricorda Liew, che la grande Rete è oggi molto più ‘grande’.

Una parte della generazione di cash-flow così rilevanti si deve sicuramente al ciclo delle vendite online.

Quando si vende online, spesso si fatturano entrate provenienti dalle vendite molto prima di pagare i prodotti al rivenditore. Amazon ha beneficiato largamente di questa dinamica nei suoi primi anni di vita e il suo cash-flow è stato positivo per molto tempo prima di iniziare a generare utile netto.

Non bisogna però dimenticare il fatidico modello di business, che è ugualmente responsabile del successo di un’impresa. The Economist, ad esempio, riporta che l’ambientazione “teatrale” (così la definisce) del sito Rue La La tiene appiccicati gli utenti. L’aspettativa di questo sito per il 2010 è quella di raggiungere i 130 milioni di dollari. Mica male.

Groupon è sulla stessa direttrice di crescita logaritmica: 100 mila dollari raccolti nel gennaio 2009 sono diventati 100 milioni di dollari incassati nel gennaio 2010.

Altro esemplare di tutto rispetto è Zoosk, servizio di appuntamenti online multicanale e globale, presente sui principali social network e sul web-mobile, con 20 milioni di utenti registrati, 14 milioni di utenti unici al mese, 2,5 milioni di revenue mensili, una crescita del 20% al mese e un’aspettativa di 200 milioni di dollari di ricavi entro il 2011.

Ovviamente, non tutte le attuali “hot companies” hanno assunto questo approccio. Alcuni, come Twitter e Foursquare, hanno visto una crescita enorme nell’utilizzo, che ha sorpassato la crescita degli incassi. Ma le categorie di startup che ho prima evidenziato si avvantaggeranno delle previsioni sul consumo di internet che Lightspeed ha individuato per il 2010. Consumo che il direct response advertising sta rendendo più efficiente. È un brutto momento per vendere spazi pubblicitari ma un buon momento per comprarli. Tutte queste società stanno traendo vantaggio dai costi relativamente bassi di customer acquisition.

È una questione di lifetime value (il valore del tempo che l’utente ci dedica):

Se comprendete il lifetime value del vostro cliente e potete acquisire clienti per il 20-30% del lifetime value, allora farete soldi. Comprendere il lifetime value è difficile per le media companies, ma è più facile per aziende di gaming, e-commerce e servizi in abbonamento. Esse hanno un seguito in termini di comportamento del consumatore che può essere estrapolato da pochi mesi di dati provenienti da un campione rappresentativo.

Un atteggiamento aggressivo, a fronte dei bassi costi dei media online, ha permesso a tutte queste imprese di accrescere i ricavi molto velocemente una volta aver ingranato sul versante microeconomico.

Il nuovo volto del Venture Capital

15 aprile 2010 scritto da Diomira Cennamo - Inserisci un commento »

In un mondo dai rapidi cambiamenti le startup devono essere adattabili, anzi, il cambiamento deve essere una parte intrinseca sia dei Venture Capital che delle startup. È il pensiero di un giovane imprenditore seriale, Kevin Lawton, la cui carriera comincia nei laboratori del MIT Lincoln e prosegue nel settore delle startup ad alto potenziale tecnologico.
Tutto questo, ovviamente, fa ciao ciao agli investimenti al ribasso e all’approccio ‘esecutivo’, laddove la strategia resta perennemente aperta.
La maggior parte dei Venture Capital sembra essersi invece adagiata in un approccio fatto di rischi bassi, che non renderà i ritorni molto sostanziosi. Una tendenza che è stata esacerbata dalla competizione internazionale.
In questa presentazione vengono discussi i diversi stili delle società di finanziamento a startup e come si sta modificando rapporto tra i due termini della questione.
Questa la nuova immagine del Venture Capital che emerge dall’analisi di Lawton.

I VC oggi:
- si focalizzano sul produrre startup con valore intrinseco (niente offerte pubbliche iniziali)
- incoraggiano un modello di startup agile
- sono indirizzate all’investimento per la creazione di valore (upside investing)
- bilanciano attentamente la percentuale di partecipazione
- fondano più startup (anche in competizione tra loro) per costruire mercati
- adottano contratti che riducono la complessità nella fase iniziale

Di seguito la presentazione con i contributi grafici.