La massa che finanzia. Il crowdfunding, in Italia

Alessandro Bezzi 07-11-2012

Anche in Italia sembra finalmente affermarsi il fenomeno del crowdfunding, un processo di finanziamento collaborativo nato negli USA per sostenere lo sviluppo di nuove attività. In pratica, si racconta on-line il proprio progetto chiedendo un sostegno economico per aiutare a realizzarlo. Inutile dire che la qualità dell’idea e la trasparenza nello spiegarne i costi sono prerequisiti essenziali per coinvolgere il popolo del web, che si voglia pubblicare un disco, aprire un sito o avviare una piccola attività.

Se in USA il fenomeno si è affermato prepotentemente da tempo (basti pensare all’utilizzo che ne ha fatto Barack Obama nel 2008), da noi solo in questi giorni sembra aver raggiunto la sua definitiva consacrazione: si pensi alla prima conferenza di Crowdfuture, tenutasi a Roma il 27 ottobre, o al decreto Restart Italia, dove la task force sulle start up istituita dal Ministero per lo Sviluppo Economico si chiede come rendere il crowdfunding uno strumento trasparente ed efficace per sostenere l’avvio di nuove attività imprenditoriali (pag. 78).

E proprio questa dimensione è probabilmente uno dei punti di forza del crowdfunding: è infatti uno dei migliori strumenti per finanziare i progetti innovativi di chi non ha un ingente capitale di base, distribuendo e ammortizzando il rischio di impresa tra chi ha voluto puntare sul progetto. In cambio della soddisfazione di aver dato una mano, oppure di vere e proprie partecipazioni azionarie (c.d. equity crowdfunding): siti come SiamoSoci.com offrono la possibilità di raccogliere fondi da investitori privati, che decidono di investire sulle idee più promettenti in cambio di quote azionarie. E’ importante notare come aumentando il numero dei contribuenti si aumenta anche il know how dell’iniziativa e il bacino dei potenziali “clienti”: chi scommette su un progetto ha tutto l’interesse a mettere le sue capacità nella realizzazione, come pure a promuoverlo con soggetti potenzialmente interessati.

Una forma costruttiva di volontariato o una compartecipazione vera e propria quindi; ma non solo.
In tempi di atomizzazione sociale – processo di cui spesso è accusato di complicità proprio il web – il crowdfunding può anche ricostruire una nuova coesione sociale: si pensi a iniziative che hanno un forte impatto su un preciso territorio, ma anche a progetti di social business o che hanno alla base forti valori etici o diffusi interessi artistici.

Qualche esempio? Produzioni dal basso, prima piattaforma di crowdfunding a nascere in Italia (2005) ha raccolto i contributi per progetti di ogni tipo, da un documentario sulla rivoluzione araba in Tunisia ad un festival del libro a Padova. Eppela è un altro dei portali più utilizzati in Italia: per dimostrare il suo appeal basti pensare sono stati raccolti qui i 5045 euro necessari ad organizzare la stessa due giorni di Crowdfuture. Certo, i numeri non possono essere quelli di portali utilizzati in tutto il mondo (si pensi a Kickstarter o a Kapipal), ma anche in Italia il fenomeno è in crescita.

Qualche suggerimento per promuovere le vostre idee e ottenere più finanziamenti? Ovviamente, ampliare quanto più possibile il target facendo conoscere il progetto con ogni strumento web (social network, passaparola, siti, etc.). E parallelamente persuadere i propri amici e conoscenti a fare le prime, piccole offerte, provocando così un effetto domino su altre persone interessate, ma magari troppo “timide” per dare inizio al vostro finanziamento.

Volete un’altra ragione per provarci? Promuovendo i vostri progetti, promuoverete anche i portali che li ospitano: e realizzando il vostro sogno aiuterete anche il diffondersi di una buona pratica.

Alessandro Bezzi è collaboratore di LAMA, redattore in Associazione Meucci – Lavoro Nuovo (www.lavoronuovo.org). È su Twitter.

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