Come esportare la Silicon Valley. Rainforest: un’introduzione

Lorenzo Tondi 15-05-2012

L’innovazione è una componente fondamentale di quel processo virtuoso che chiamiamo “crescita economica”. Molto spesso però ne parliamo senza conoscerne veramente il significato. Cos’è l’innovazione? Come si ottiene? E ancora, perché vi sono alcune zone ad alto tasso innovativo mentre altre mostrano performance molto più deludenti? È un problema regolatorio, servono istituzioni più efficienti, norme più chiare? Oppure il paradigma teorico che abbiamo adottato finora non ci permette di comprendere le dinamiche reali del fenomeno?

La teoria dell’innovazione attualmente dominante è quella neoclassica, basata sul modello concorrenziale. La teoria dice che se sono verificate determinate assunzioni (assenza di asimmetrie informative, price taking, assenza di barriere all’entrata) il libero mercato si autoregola e permette il raggiungimento di un “output innovativo” ottimale. Ma se la storiella finisce qui, molte domande rimangono senza risposta. Se il mercato, messo nelle condizioni di funzionare, produce autonomamente tutta l’innovazione di cui abbiamo bisogno, perché nella realtà le cose vanno diversamente? Perché la Silicon Valley è da decenni la terra dell’innovazione, mentre Chicago fatica a costruirsi una reputazione di questo tipo? Eppure la cornice normativa è sostanzialmente la stessa, la libertà di circolazione di persone e capitali è garantita. Cos’è che fa la differenza?

È da questi interrogativi che partono Greg Horowitt e Victor Hwang, veterani del venture capital, autori di “Rainforest: the secret to building the next Silicon Valley”, un’opera ambiziosa che vuole riuscire laddove lo schema neoclassico ha fallito. I due, ci tengono immediatamente a precisare, non vogliono abbandonare il concetto di “free market”: l’obiettivo è semmai declinarlo in maniera nuova, alla luce delle indicazioni fornite dall’esperienza.

La principale carenza dell’approccio neoclassico, secondo Horowitt e Hwang, è la concezione meccanicistica degli agenti economici: l’errore sta nel considerare gli uomini come degli automi ed è “istituzionalizzato” dall’ipotesi delle aspettative razionali. Questa visione non tiene però in considerazione tutte le motivazioni extra-razionali che spesso guidano il comportamento umano. In questi anni ci siamo concentrati sugli ingredienti necessari a sostenere il processo innovativo, ma abbiamo perso di vista la cosa più importante: il modo in cui questi ingredienti sono mixati.

Gli autori espongono la loro tesi in questi termini: il modello che abbiamo sempre seguito è quello del campo agricolo, coltivato razionalmente con l’obiettivo di massimizzare l’output finale. È un modello che funziona per la produzione di massa di piante che già conosciamo, ma che fallisce clamorosamente quando si tratta di crearne di nuove. In questo caso il metodo corretto è la Rainforest, la “foresta pluviale” che nonostante la sua struttura disordinata e confusionaria – anzi, proprio grazie ad essa – è l’ambiente ottimale per la nascita e la diffusione di nuove specie.

La superiorità di Rainforest rispetto al framework neoclassico sta nella sua tendenza ad abbassare i costi di transazione. I costi di transazione sono tutti quei costi che esulano dalla produzione vera e propria dei beni scambiati, ma che bisogna sostenere per portare a termine lo scambio. Maggiore è il costo di transazione, meno conveniente diventa quella stessa transazione.

Il modello neoclassico, anche se prevede l’assenza di ogni barriera all’entrata e quindi dei costi connessi, non può eliminare quelle “barriere sociali” che sono connaturate all’essere umano: lingua, cultura, gruppi sociali di appartenenza e mancanza di fiducia creano confini invisibili che separano individui provenienti da comunità distanti. Superare questi confini ha un costo che spesso è così elevato da impedire la costruzione di relazioni potenzialmente fruttuose. Il sistema necessita di un mediatore, di un soggetto di intermediazione capace di collegare individui tra loro distanti e di convincerli a pensare alla costruzione di un progetto comune invece che alla drammatizzazione delle differenze interpersonali. Nel saggio queste figure vengono definite “keystone” (chiave di volta) e costituiscono gli snodi fondamentali del network sociale unificato caratteristico della Rainforest.

Ad una prima fase di analisi positiva, condotta attraverso 14 assiomi il cui contenuto teorico ho qui cercato di introdurre, segue una seconda fase, di tipo normativo, in cui Horowitt e Hwang forniscono alcune regole comportamentali e qualche strumento operativo per tradurre la Rainforest in realtà. Ma di questo parleremo prossimamente.

Lorenzo Tondi (@LorenzoTondi) studia economia a Milano. Lo trovate anche qui.

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