Prepararsi a uscire. Quali exit strategies per le startup italiane?

Diomira Cennamo 29-11-2010

C’è un tema che si potrebbe pensare intervenga in un momento successivo della vita di una startup: quello dell’exit, vale a dire l’evento in cui fondatori e investitori escono dall’impresa, dividendosi (si spera con profitti sostanziosi) gli utili derivanti dai rispettivi investimenti.

Si tratta invece di un ambito strategico che va affrontato nell’ambito del business plan sin dalle prime fasi di vita della startup, in modo particolare quando si verifica l’intervento di un investitore, Venture Capital o Business Angel che sia.

Dell’exit non si parla moltissimo in Italia, nonostante la conversazione sul mondo delle startup (soprattutto di quelle ad alto potenziale tecnologico) sia in questi anni particolarmente in auge.

Abbiamo quindi pensato di partecipare a un panel specifico, che ha visto intervenire a Milano, la scorsa settimana, esponenti delle due facce classiche delle startup high tech: quella imprenditoriale e quella finanziaria. Tomaso Marzotto Caotorta di IBAN, Marco Villa di Italian Angels for Growth, Gianluca Dettori di dPixel, Fabio Violante di BMC Software, moderati da Emil Abirascid di Startupbusiness, hanno affrontato il tema delle exit strategies e di come questo può legarsi al futuro delle startup high tech italiane e allo sviluppo globale del paese.

Per Gianluca Dettori, se le startup arrivano al momento dell’exit è perché hanno lavorato bene. Esiste un contratto internazionale che i VC e gli angel investor utilizzano per formalizzare la exit strategy dell’azienda in cui sono attivi. In Italia, sempre secondo il VC italiano, il mercato dell’exit è scarsamente sviluppato e sono poche decine le startup web che “escono facendo i soldi”. Tanto più che, dallo scoppio della crisi globale nel 2008, il valore delle startup si è ridotto moltissimo. “Se non hai conseguito buoni ricavi”, prosegue Gianluca, “devi almeno esseri costruito un buon asset tecnologico e averlo preservato”.

Già, perché l’ottica in cui deve muoversi lo startupper che desidera realizzare una buona exit strategy è quello di offrire a un potenziale futuro acquirente una serie di servizi interessanti. Ma il neo-imprenditore deve in ogni caso pensare alla prospettiva dell’exit? “Dipende”, dice a Working Capital Tomaso Marzotto Caotorta, segretario generale dell’Associazione italiana degli investitori informali in Rete (IBAN). “Lo startupper deve innanzitutto capire cosa vuole fare da grande, se investire nell’autoimpiego o piuttosto far crescere la propria startup a livello industriale. In quest’ultimo caso, deve necessariamente prefigurare tempi e modi dell’exit, in particolare, decidere come creare valore e quali interlocutori riuscire a interessare. È la pianificazione di un percorso”. Ma è possibile per uno startupper, magari alla sua prima esperienza, decidere tutto questo da solo? “È sicuramente molto difficile, mentre è una dimensione su cui un Business Angel, con la sua esperienza e competenza, può aiutare moltissimo”. A tal proposito, il BA annuncia che è anche possibile ricevere gratuitamente, su richiesta a IBAN, un manuale per startup (ne trovate la sintesi qui, ndr).

Per Emil Abirascid, occorre preparare il terreno per sviluppare in maniera seria la fase dell’exit anche in Italia. “Un aspetto importante è sicuramente legato allo sviluppo del mercato degli acquirenti. Aziende medie e grandi devono avvicinarsi di più alle startup innovative”. Questo, ci spiega Emil, può infatti dar luogo a uno scambio virtuoso in cui “le startup mettono in campo flessibilità, menti fresche e costi pari a zero, mentre le aziende, più lente perché più strutturate, possono fornire un brand forte, talvolta internazionale, una rete commerciale e l’esperienza nella gestione del business. Questa fusione porterebbe dei vantaggi a tutti e va perseguita a livello nazionale”. Se poi a questi due attori se ne aggiunge un terzo, rappresentato dagli investitori già entrati nell’impresa, ancora meglio, aggiunge Emil. “In questo modo si può creare un vero e proprio ecosistema dell’innovazione. In Italia sta maturando, ma occorre rafforzare ulteriormente l’anello più creativo dell’ecosistema: quello delle imprese nascenti”.

Server is [36]