Chi Sbaglia Impara: com'è andata
23 novembre 2010 scritto da Guido Arata
Martedì 16 Novembre all’Opificio Telecom Italia di Roma si è tenuto l’evento Chi Sbaglia Impara, volto ad avvicinare l’Italia alla cultura del fallimento costruttivo. Di fronte ad una sala gremita di gente ne hanno parlato, moderati da Luca De Biase, David Thorne (ambasciatore USA in Italia), Gabriele Gresta (vice-presidente Gruppo Digital Magics) e Gianluca Dettori (fondatore di Dpixel).
De Biase ha introdotto il tema della giornata definendo quella che è la concezione italiana del fallimento: un disastro umano. “Più che – ha spiegato Luca – un discorso meramente legato ai soldi, si tratta di vedere intaccato irrimediabilmente il proprio onore. Questo perchè non viene considerato come un’esperienza, dalla quale ripartire più forti e scafati di prima“. Per questo motivo De Biase ribalta il luogo comune che caratterizza la concezione degli imprenditori italiani all’estero: non è vero che sono persone poco propense al rischio, perchè aprire un’impresa e sfidare di fatto il fallimento (così come è vissuto in Italia) è prova di coraggio estremo.
La parola è passata agli ospiti, che hanno accettato di raccontare al pubblico quelli che sono stati i loro principali errori ponendo l’accento a come hanno saputo farne tesoro nelle esperienze successive.
Gianluca Dettori ha raccontato che l’errore che più lo ha tormentato sono state tre manovre di ristrutturazione dell’azienda che lo hanno portato a licenziare, in tre tranche differenti, più di 150 dipendenti. Con la voce un po’ strozzata dal ricordo di momenti difficili (“Conoscevo personalmente ciascuna di queste 150 persone“) ha spiegato che con il senno di poi avrebbe fatto una sola manovra più dura e drastica. Ma in quei momenti ha preferito provare a stabilizzare l’azienda con piccole manovre che andassero a licenziare il minor numero di persone possibili, il che si è dimostrato inefficiente: al primo provvedimento è stato necessario affiancarne un secondo, fino a giungere ad un terzo. “Di sicuro – ha concluso Gianluca - errori che lasciano il segno come questi non si rifanno più“.
Ha preso poi la parola Gabriele Gresta, che oggi governa 23 aziende in Italia e 13 in Inghilterra. Sul finire degli anni Novanta la prima società di Gabriele è stata acquistata per il 40%. “A 28 anni – ha raccontato - avere a disposizione 11 miliardi ti cambia e cambia il modo con cui gli altri si rapportano con te, è devastante“. A complicare la situazione il fatto che gli venisse chiesto di spendere quei soldi. Il risultato è che i primi anni si sono sprecati molti soldi in cose inutili. A distanza di qualche anno questa esperienza negativa lo ha aiutato molto. Ha infatti fondato insieme ad un socio l’azienda Digital Magics che in 4 anni ha raggiunto il valore complessivo di 30 milioni di euro, e per la quale si è presentato uno scenario molto simile a quello passato. Questa volta Gabriele ha saputo affrontare al meglio la cosa: da un unico enorme gruppo che si occupava dei settori più disparati ha creato 20 spin-off, uno per ogni settore. A capo di ciascuno è stato posto un dirigente, ed ogni startup è stata gestita a parte, valutandone i bisogni, gli investimenti, le difficoltà in maniera separata.
David Thorne ha invece portato in Italia l’esperienza e la situazione USA, dove il fallimento viene vissuto in maniera profondamente diversa da come siamo soliti intenderlo in Italia. La mentalità USA viene perfettamente descritta dall’esordio di David: “Io non ho mai commesso errori, ho vissuto esperienze di grande insegnamento, dalle quali ho appreso molto“. Negli USA infatti l’errore viene sempre considerato come un momento nel quale è possibile imparare moltissimo. David ha addirittura definito il fallimento una medaglia, assicurando che i venture capital americani sono felici di investire in un imprenditore che ha già fallito, in quanto sono sicuri che non commetterà più una determinata gamma di errori.
Il punto di partenza per riuscire a comprendere e ad abbracciare la cultura del fallimento americana è l’assimilare il fatto che nessuno può non commettere errori. L’errore è umano, e fare l’imprenditore non significa non sbagliare mai; significa piuttosto saper sempre trovare il modo per riparare ad un errore e rialzarsi. Una volta che si è convinti che l’errore è parte indissolubile dell’attività imprenditoriale, è più semplice capire perchè gli americani lo rendano un momento di crescita e di arricchimento.




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