Fare startup non è giocare agli inventori

9 settembre 2010 scritto da Guido Arata

In questi giorni si sta discutendo molto circa la questione dell’imprenditoria italiana che per raggiungere il successo è obbligata ad emigrare negli USA. C’è chi è daccordo e chi invece la pensa diversamente. Davide Pozzi sul suo blog ha ospitato due guest post che esprimono queste due visioni contrastanti, nei quali gli autori dimostrano la validità della propria opinione sulla base di esperienze prettamente personali. Voglio invece affrontare la questione allargando gli orizzonti.

Fare startup è difficile. E’ un dato di fatto, si tratta di un aspetto insito nell’essenza stessa del termine “startup”. E’ difficile perchè richiede il coordinamento di un team – i cui membri spesso operano a centinaia di km di distanza -, competenze in materia economica, spiccate capacità comunicative per fare del buon social networking. Potrei continuare ma ce n’è d’avanzo. A mio avviso in questi anni si è andati troppo di città in città e di blog in blog ad urlare “Si può fare”, senza che in altrettante città e su altrettanti blog si aggiungesse “Ma è difficile”. Un po’ come quando nel 1998 per attrarre utenti su Internet se ne parlava come del “Regno del gratis“, salvo poi iniziare a rimangiarsi tutto qualche anno dopo: il “Regno del gratis” non stava in piedi, qualcosina bisogna pagare.

Il Web ha aperto le strade dell’imprenditoria ai giovani ed ai giovanissimi, e questo è straordinario. Ma ciò non significa che il Web debba trasformare ognuno di loro in imprenditori di successo. Il successo e l’insuccesso di un progetto dipende dalla persona che c’è dietro.

In Italia i Venture Capital ci sono, e sono ben felici di ascoltare le centinaia di idee che giungono ogni anno sui loro tavoli. Se tu, aspirante imprenditore, non li trovi, significa che stai sbagliando. Non è colpa dell’Italia. Se li trovi ma sono tutti a centinaia di kilometri da casa tua (perchè sono tutti al Nord, e tu magari abiti in Calabria) come hai iniziato sviluppando in un garage perchè non hai soldi abbastanza per un ufficio, riesci sicuramente a raggiungere Milano. L’attitudine al problem solving è un aspetto che l’imprenditore deve per forza avere.

L’idea non basta, non mi stancherò mai di ripeterlo. Il Web sta dando a chiunque la possibilità di trasformare in realtà la propria intuizione. E quando dico “chiunque” intendo proprio quello, letteralmente: perchè a chiunque una volta nella vita viene un’intuizione. Quindici anni fa come veniva, scompariva all’istante, oggi ci sono gli strumenti per concretizzarla. E’ fantastico. Ma il lieto fine non ci è dovuto.

Entrando nel merito di questioni pratiche, il problema italiano non è più la mancanza di ventures. Il problema è la scarsa presenza di società che hanno la disponibilità economica per comprare le tecnologie che stanno dietro alle startup, o le startup stesse. Dove sta il problema? In Silicon Valley il principale modello di business è l’essere acquistati. Da Google, da Facebook, da Microsoft, ecc. società multi-miliardarie strettamente legate alla Rete, che spesso e volentieri si dilettano nell’acquisto di startup e tecnologie, in quanto tali acquisizioni non ne indeboliscono troppo i bilanci. Tale modello di business è straordinario perché permette ai VC che in passato hanno investito nella startup  di rientrare immediatamente nell’investimento. L’esperienza si chiude e son tutti contenti. In Italia una scenario del genere non esiste, di gruppi in grado di acquistare per milioni di dollari una startup non ce ne sono tanti, e le acquisizioni fino ad oggi si contano sulla punta delle dita. Da noi è necessario che la startup produca valore in maniera continuata e stabile, deve diventare una realtà solida che anno dopo anno fattura e permette – con il tempo – il rientro nell’investimento. Difficile. Concediamo quindi ai ventures italiani parametri di valutazione più rigidi e scetticismo più spiccato, perchè questa è la situazione in Italia.

Stando così le cose, imputare ai ventures la poco florida situazione dell’imprenditoria italiana non è corretto. Anche se sicuramente un giovane potrebbe cascarci, e sarebbe un problema, perchè darsi una risposta sbagliata porta a prendere provvedimenti errati, in una catena di negatività che può fare solo del danno. Per questo è importantissimo educare i giovani. Non basta spronarli a “provarci”, è necessario educarli al mondo dell’imprenditoria, insegnare loro le regole del mercato e le formule che sanciscono la solidità di un’azienda ed il fallimento di un’altra.

Fare startup non è fare l’inventore. Riesce a fare startup – e con questa a produrre valore – chi sa di non stare giocando.

COMMENTI

  1. Marcello Orizi - 9 settembre 2010 17:15

    Ciao Guido,
    Due cose.

    1) La tua affermazione “A mio avviso in questi anni si è andati troppo di città in città e di blog in blog ad urlare “Si può fare”, senza che in altrettante città e su altrettanti blog si aggiungesse “Ma è difficile””, secondo me non corrisponde al vero. Basta semplicemente leggere uno qualunque dei blog internazionali per capire le difficoltà insite nel creare una startup web (suggerisco http://blog.startupprofessionals.com/ molto sintetico e ricco di spunti per interessanti riflessioni). E non credo soprattutto che sia questo il punto.

    2) La considerazione sul tessuto economico italiano e sull’assenza di aziende come Google, Facebook etc… può giustificare la difficoltà di crescita del fenomeno dei VC in Italia. Anzi, a maggior ragione complimenti a chi, nonostante tutto, ci sta provando.
    Dall’altro punto di vista, quello dell’imprenditore in erba, però fortifica l’idea che per realizzare il proprio sogno imprenditoriale bisogna andare via dall’Italia.
    Perché mica sarà colpa di Augusto & Co se in Italia non ci sono le Google e le Facebook, e le grandi aziende non investono in startup tecnologiche.

    Tutto questo da un imprenditore di 35 anni che con il primo figlio in arrivo ha mollato il suo lavoro ben pagato in Svizzera per fare una startup in Sardegna, dove è nato.

    Il mio augurio per loro è che riescano nel loro intento e, magari, una volta avviati, riportino qui in Italia know how e posti di lavoro (il modello Funambol ad esempio).

    Ciao,
    Marcello

  2. Nicolo' - 10 settembre 2010 09:51

    Guido,
    concordiamo. E sebbene sia difficile trovare un business model ed generare fatturato da subito, pensiamo soprattutto che sia necessario mettere l’ accendo sul fatto che noi sia colpa degli investitori e che spesso gli investitori non servano neanche.

    Abbiamo esposto le nostre opinioni sia sul blog di Creonomy http://bit.ly/creonomy, che sul blog di The Hub Milano, http://bit.ly/hubmilano

  3. Francesco Lentini - 10 settembre 2010 11:17

    Guido, non concordiamo affatto.

    Bene, secondo me i problemi cominciano dal titolo, che andrebbe così modificato: FARE STARTUP E’ COME GIOCARE AGLI INVENTORI. Probabilmente (no, sicuramente) nel dire ciò sono influenzato dal fatto di essere un inventore diventato imprenditore. Ho brevettato e venduto la mia prima invenzione negli anni Ottanta e la mia piccola esperienza è questa: non c’erano i social network, non c’era neanche il web, fare le presentazioni era praticamente impossibile… però vendere le idee era molto più facile! Se qualcuno c’era, forse ricorderà come si andava avanti benissimo con la posta (di carta) e il telefono, e concorderà con me.

    E poi scusami, ma scrivi un mucchio di banalità, girando in tondo (come fanno un po’ tutti, del resto) e svicolando sul vero argomento, che è quello della rarità estrema di progetti come Google e Facebook. Forse perchè la risposta, troppo semplice per essere vera, non può essere accettata: i progetti veramente innovativi non “passano” a causa di una mentalità ristretta.

    Caro Guido, egregio Dettori e signori del Working Capital che mi leggete (chissà): con la vostra mentalità, Google e Facebook non esisterebbero.

  4. Guido - 10 settembre 2010 11:46

    Francesco, ti inviterei a rileggere il post con mentalità aperta e senza pregiudizio, perchè leggendo il tuo commento vedo obiezioni che non hanno nulla – nulla – a che vedere con il mio articolo.

    Io dico che i problemi in Italia ci sono, e primo tra tutti è la difficoltà di exit. Ma dico anche che troppo spesso sento giovani sentirsi degli imprenditori solo perchè hanno un’idea. Quest’idea poi fallisce, e li sento lamentarsi “del sistema”. Senza guardare prima a se stessi, ai propri errori ed al proprio progetto. Ti faccio un esempio: ho fatto TechNotizie, che era un progetto che 3 anni fa mi sembrava un “gran” progetto. Ho “inventato”, lo ho portato avanti con entusiasmo, ed ho curato l’aspetto manageriale, sono andato oltre il puro “inventare” diciamo. Ma non ho trovato investitori. E quando ho ricevuto quei “no”, ho iniziato a vedere sempre più chiari i limiti della mia startup, della mia invenzione. Ed ho capito che no, non poteva funzionare, era giusto non concedergli un finanziamento da 200’000 euro. E mi son guardato bene dal correre in Rete a denunciare “l’incompetenza dei ventures italiani” (avrei anche riscosso interesse e consensi e magari sarei rientrato immediatamente in quella cerchia di “inventori incompresi” che tanto stanno simpatici). Invece ho guardato TechNotizie e con serenità ho constatato che no, non era un prodotto in grado di generare valore tale da rientrare nel’investimento.

    Però puoi stare certo che in me di valore ne ha prodotto, ora arrivo alla prossima “invenzione” decisamente più scafato e preparato. E consapevole che quello che oggi, nel presente, vedo come un “gran” progetto, potrei trovarmi a distanza di anni a constatare – con dolcezza e serenità – che non era così.

    Nel mio articolo voglio invitare i giovani a non cadere nel limbo degli “Inventori incompresi”, e questo accade ricercando prima di tutto in se stessi e nei propri progetti le cause del fallimento. Perchè questa è la medicina per rialzarsi, più forti. In America il fallimento è visto come cosa positiva, ma mica perchè uno passi la vita a gongolarsene: perchè si da per scontato che il fallimento porti con se una scia di esperienza e di nuova consapevolezza tale da rafforzare l’imprenditore. Questo è il mio approccio, questo è quello che voglio suggerire! Tutto il resto sono altri discorsi, che avranno altre sedi.

    G.

  5. Mushin - 10 settembre 2010 12:05

    My two cents: è un terreno ostico. Io credo che i problemi siano:

    a) di Paese: non esiste un supporto legislativo specifico alle dinamiche delle startup e il nostro apparato è già in partenza roppo farraginoso

    b) Di mentalità: LATO VENTURES, c’é ancora molta ignoranza, gli analisti sono mediamente scarsi, LATO STARTUP: poca apertura iniziale all’internazionale. Che non vuol dire avere il sito in inglese.

    In USA il mercato è più avanzato e si trovano opportunità diverse e probabilmente è più facile l’ingresso con un’idea e il reperimento delle risorse. Secondo me gli USA non sono migliori in senso stretto ma sicuramente per molte cose sono incredibilmente più semplici (dimensioni del mercato potenziale, tasso di adozione di internet e tecnologia, leggi, accesso ai finanziamenti, accesso al capitale umano).

  6. Francesco Lentini - 10 settembre 2010 20:54

    Benissimo, provo a seguire passo-passo quanto dici.

    Poniamo che un dato progetto non trovi degli investitori. L’autore si convince che non era un gran progetto perchè non trova degli investitori. Lo vede come una cosa positiva e usa l’insuccesso per diventare più forte. E se gli investitori avessero avuto torto? Non lo saprà mai.
    Tuttavia è provato dalla Storia che le idee più innovative sono state osteggiate e i progetti migliori non trovavano investitori. L’aereo. Il “Post it”. La “scarpa coi buchi”. Gli SMS. Devo continuare?

    Allora il problema va cercato nel sistema, cioè l’esatto contrario di quel che sostieni tu. Non mi sta bene la tesi del “cercare tutto in se stessi”. Tu hai un’idea di quanti inventori incompresi sono stati di passaggio su questo pianeta? Nicolas Tesla. Meucci. Colombo. Lao Tse. Ghandi. Gesù. E non me ne vengono in mente altri per adesso, però quando scrivevo dei veri articoli (sulla carta stampata) prima studiavo.

    Perciò suggerisco ai giovani di diventare gioiosamente degli inventori incompresi. Sarete in buona compagnia!

    Il secondo suggerimento che mi permetto di dare è questo: non credete una parola quando vi dicono che il fallimento è la migliore medicina per rialzarsi. Perchè non c’è nessun fallimento. Se avete realizzato quello che volevate, avete già vinto.

  7. Guido - 10 settembre 2010 21:31

    Ok, la vediamo (molto) diversamente. Succede. Ma non è corretto dire che “scrivo banalità” solo perchè non sono in linea con la tua idea. Se mi rispondi come nel tuo ultimo commento ci sta: vediamo la cosa diversamente e chi ci legge ha la facoltà di scegliere il punto di vista che preferisce. Benvenga questa situazione. Se mi rispondi come nel tuo primo invece le cose vanno diversamente.

    Detto questo, al prossimo confronto

    G.

  8. Davide 'Folletto' Casali - 17 settembre 2010 17:45

    “Ma dico anche che troppo spesso sento giovani sentirsi degli imprenditori solo perchè hanno un’idea. Quest’idea poi fallisce, e li sento lamentarsi “del sistema”. Senza guardare prima a se stessi, ai propri errori ed al proprio progetto. “

    Visto che le persone vengono da un substrato sociale e culturale, è ben quello il circolo vizioso! Le persone non sbagliano a lametarsi del sistema, perché il problema è proprio il sistema socio-culturale (ed economico in parte). Ma il fatto che falliscano e si lamentino, invece di mettere in alto queste strategie è proprio a causa del sistema stesso che continua a creare persone che preferiscono lamentarsi, parlare e criticare invece che rimboccarsi le maniche. Loop.

    Perché sono rare le persone che come te:
    “Invece ho guardato TechNotizie e con serenità ho constatato che no, non era un prodotto in grado di generare valore tale da rientrare nel’investimento.”

    Sono rare! Proprio perché non c’è la cultura che motiva le persone, insegna e fa vedere come si fa, come si prosegue, come ci si rialza.

    Anche perché come già detto altrove sempre da un punto di vista socio-culturale viviamo in una società in cui il fallimento invece che essere una pietra di costruzione è una pietra che ti viene messa al collo. Tutti questi sono elementi socio-culturali che pesano tantissimo e non possono essere ignorati.

    Ed è esattamente quello che dici tu alla fine: bisogna educare, insegnare, spiegare. E aggiungo: motivare, creare entusiasmo, spingere le idee più pazze e dar loro un fondamento economico. ;)

    ~

    Poi, parliamo dei VC. Io personalmente non ho mai avuto a che vedere direttamente con loro e sono sotto NDA per tutti i progetti che conosco e/o di cui faccio parte che han cercato fondi. Il problema è che il VC se ti dice “NO” negli USA (si, abbiamo cercato soldi anche lì) ti spiega perché. Ti dice “no perché questo e quest’altro”. E tu *sai* cosa hai sbagliato dal punto di vista del VC.

    I no che invece ho visto ricevere in Italia nella maggior parte dei casi (ci sono naturalmente eccezioni) sono stati no senza alcun seguito. In alcuni rari casi anche perché quei VC non conosce bene il mercato su cui è e quindi non sa suggerire il motivo esatto.

    E purtroppo sempre in Italia ho tristemente dovuto vedere contratti che al primo round di finanziamento – misero – chiedevano ownership sulla società. Ma stiamo scherzando? Mi dai 70k€ e vuoi il 60% della società? (numeri finti per evitare che qualcuno capisca). Ma dai! :D

    Anche questo è cultura. Cultura, dal lato del VC, ma comunque cultura. :)

    ~

    Una nota a margine se mi permetti: hai fatto un buon discorso, anche se non approfondito, solo mi han infastidito alcuni passaggi iniziali, che sono un po’ troppo assolutistici e sembrano descrivere la realtà incarnata quando non è esattamente così. :)

    Ad esempio “Se tu, aspirante imprenditore, non li trovi, significa che stai sbagliando.” per quanto posso essere d’accordo, si scontra con il fatto che i VC in italia ci sono, ma sono pochi, e il fatto che “sta sbagliando” è – come dicevo sopra – anche un fattore culturale. :)

    Ma la frase peggiore imho è quella finale. So che volevi fare una boutade, ma per me rischia di rovinare i passaggi assolutamente corretti che fai nel resto dell’articolo. :)

    Ed è il concetto di gioco: molto spesso è importante vedere il tutto come un gioco per avere una visione obbiettiva e appassionata. Il problema non è essere inventori (OTTIMO!) o pensare che sia un gioco (OTTIMO!) ma il non fare entrare nelle regole del gioco che stai giocando i fattori che dici nell’articolo… cavolo, lo dici appena sopra!

    Credo quindi che i commenti negativi che hai ricevuto – inclusa se vuoi questa conclusione – siano dovuti non tanto ai contenuti, ma ad alcune frasi un po’ eccessive che impattano fortemente sulla percezione del tuo articolo. :)

    Facci attenzione la prossima volta. ;)

  9. Guido - 20 settembre 2010 01:40

    Ciao Davide,

    ti ringrazio per l’accurata analisi e per i suggerimenti. Tutto costruttivo, ne faccio tesoro

    G.

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