Il futuro non è più quello di una volta (seconda parte)
3 novembre 2009 scritto da RedazionePubblichiamo la seconda parte del racconto di Massimiliano Spaziani Brunella di Telecom Italia sulla conferenza “The Future Is Not What It Used To Be”, che si è tenuta lo scorso settembre al Santa Fe Institute.
(segue da) Fa impressione essere dentro l’Institute e vedere in azione la variegata comunità ispirata che produce idee disruptive. Comunità fatta di futuristi, ingegneri, fisici, biologi, sociologi, paleontologi, informatici che si accapigliano, con contegno anglosassone, su argomenti che vanno dall’esotico universo Evo Devo alle tecnologie dalle possibili concrete opportunità di business.
Luís Bettencourt (So Many Singularities, So Little Time, Luis Bettencourt, SFI External Professor and Research Scientist, Los Alamos National Laboratory) fa lo scienziato presso i laboratori di Los Alamos. È qui che l’IBM ha installato Roadrunner, il supercomputer che ha da poco battuto il record mondiale di velocità in termini di “flop”, il numero di operazioni floating point per secondo. È in pratica il più veloce computer mai costruito, il cui nome si ispira palesemente all’ambita e velocissima preda che Wile E. Coyote tenta invano di acchiappare inventando marchingegni tra i desolati paesaggi del deserto del New Mexico.
Bettencourt lavora al progetto “PetaVision Synthetic Cognition”, che ha per obiettivo la simulazione del funzionamento dell’intera corteccia visiva umana, il più importante apparato sensoriale degli esseri umani. Il progetto sfrutta la potenza elaborativa del Roadrunner. L’abilità di ottenere i livelli umani di prestazioni cognitive su un computer digitale porterà a scoperte importanti e applicazioni tecnologiche rivoluzionarie, tra le quali telecamere che riconoscono il pericolo o piloti automatici per automobili che prendono il comando in situazioni complesse come, ad esempio, la guida nel traffico urbano.
Bettencourt parla di teoria della “cognizione sintetica” e della corrispondente singolarità, ovvero del momento in cui la macchina avrà la stessa velocità e capacità cognitive dell’essere umano, affermando: “Hardware is available now!”, ovvero l’hardware è già disponibile. Stimolato dagli interrogativi di Chris Wood, biologo esperto di cervello umano, Bettencourt approfondisce. Se assegniamo a ciascuna sinapsi la misura di capacità elaborativa di un flop, il cervello umano ha 1-1000 peta-flop, ovvero circa un milione di miliardi di flop (sinapsi). Ebbene, abbiamo già disponibile un computer con una capacità di elaborazione paragonabile, in numero di flop, al cervello umano, e questo è proprio il supercomputer IBM Roadrunner.
Quello che manca è il software, ovvero la capacità di utilizzare tanta potenza di calcolo in modo simile a quanto fa il cervello umano. L’esperto di cervello umano sintetizza: oggi non abbiamo quindi più la scusa che non esista ancora la capacità di calcolo affinché le macchine sviluppino intelligenza. Ciò che manca è la conoscenza approfondita del funzionamento del cervello umano, ed è questo l’obiettivo del progetto “PetaVision Synthetic Cognition” o di un altro progetto citato, il “Blue Brain Project”.
John Smart
(Evo Devo Universe, John Smart, President, Acceleration Studies Foundation and Co-Founder, Evo Devo Universe Community)
È un piccolo mistero quello della sua età, è un ragazzino ma nella sua biografia in Wikipedia risulta avere 50 anni. Rimane purtroppo più misterioso il contenuto del suo intervento su Universo Evo Devo (Evolutionary Developmental Universe), sull’evolutionary developmental foresight, su astrosociologia e astrotecnologia.
È presidente dell’Acceleration Study Foundation, è stato il primo ad organizzare presso l’università di Stanford una conferenza sull’accelerating change, conferenza che viene ora tenuta annualmente. Tra le tante organizzazioni di cui è membro, c’è l’Associazione dei Futuristi Professionisti.
Ha parlato di singolarità tecnologica, ovvero del momento o del periodo di tempo in cui i sistemi di calcolo “terrestri” uguaglieranno o supereranno la cultura umana in intelligenza, prestazioni e autonomia. E del momento in cui l’intelligenza diventerà postbiologica. L’universo stesso è un sistema nel quale l’informazione e la fisica creano intelligenza emergente che a sua volta influenza le dinamiche dell’universo. Da un altro punto di vista, l’universo è coinvolto in processi di creatività evolutiva e in processi di sviluppo gerarchico.
A parte le disquisizioni sull’universo, che hanno acceso un dibattito nel quale alcuni focosi teorici si sono accaldati, fornisce una descrizione quantitativa interessante rispetto all’interazione uomo/macchina. La lunghezza media delle human2human query (domande tra le persone) è di 8-11 parole. Dato questo riferimento, nel 1998 sul motore di ricerca Altavista la lunghezza media delle “query” era di 1.3 parole, nel 2005 su Google di 2.6 parole. La previsione: nel 2012 la lunghezza media delle query sull’ipotetico servizio Google Help sarà di 5.2 parole e nel 2019 sull’avveniristico servizio Google Brain di 10.4 parole, ovvero ci si rivolgerà alle macchine nello stesso modo in cui ci si rivolge ai propri simili. Nel lungo termine saremo integrati con le nostre macchine. Cita Brian Arthur del Santa Fe Institute “La tecnologia sta diventando organica, la natura sta diventando tecnologica”. Sottolinea la convergenza tra l’Intelligenza Artificiale, ovvero l’intelligenza nella tecnologia, e l’Amplificazione di Intelligenza, ovvero il potenziamento dell’intelligenza umana grazie al supporto della tecnologia.
L’intervento è stato molto criticato, ha tentato, a mio avviso senza riuscirci, di rendere concreto il concetto di Universo Evo Devo parlando del modo in cui possiamo migliorare le nostre capacità previsionali attraverso migliori teorie sul cambiamento universale. Fortunatamente nessuno ci ha capito niente, fortunatamente perché pensavo di essere il solo.
Anna Salamon
(The Future According to You, Anna Salamon, Researcher, Singularity Institute for Artificial Intelligence)
Anche lei sembra molto giovane, ed effettivamente ha 28 anni, è quasi una bambina soprattutto nell’aspetto. È una studiosa di Intelligenza Artificiale. Presenta la sua organizzazione, il Singularity Institute, la cui missione è quella di “ritagliare l’esplosione di intelligenza” a favore dell’uomo e scatena il dibattito su cosa sia “buono”, dibattito durato per buona parte del pomeriggio del secondo giorno. Alcuni dei partecipanti sostengono che l’approccio del Singularity Institute è prevenuto e quindi parziale, in quanto considera un’Intelligenza Artificiale buona e un’Intelligenza Artificiale cattiva. Tutti felici di generalizzare, ben presto si dilaga nell’etica e vengono contrapposti i due concetti di Intelligenza, nell’accezione più generale del termine, e di Homo Sapiens. Vista l’inconciliabilità delle posizioni e la necessità di tirare le conclusioni, il dibattito si è concluso in un modo tanto pragmatico, come solo gli americani sanno esserlo, quanto assurdo: per alzata di mano! Abbiamo vinto noi, favorevoli all’Homo Sapiens, 9 a 6. Sono comunque quasi tutti d’accordo che la Superintelligenza prima o poi arriverà. (continua)
Fonti delle immagini: Los Alamos National Laboratory, FutureSalon.org, Santa Fe Institute, Singularity Summit.



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