Il futuro non è più quello di una volta

29 ottobre 2009 scritto da Nicola Bruno - 1 commento

Santa Fe Institute

Pubblichiamo il racconto di Massimiliano Spaziani Brunella di Telecom Italia sulla conferenza “The Future Is Not What It Used To Be”, che si è tenuta lo scorso settembre al Santa Fe Institute.

Il Santa Fe Institute è uno strano luogo in una strana posizione: un ex-monastero su un’isolata collina vicino alla cittadina di Santa Fe nel deserto dell’isolato stato del New Mexico, Stati Uniti. Qui da 25 anni persone sfrenate dalle competenze variegate condividono e approfondiscono idee non convenzionali relative allo studio e allo sviluppo di sistemi complessi.

A metà settembre si è tenuto presso l’Institute un incontro sul futuro, “The Future Is Not What It Used To Be”, il futuro non è più quello di una volta. Tra gli argomenti: gli scenari di evoluzione tecnologica e gli approcci quantitativi alla previsione.
A discuterne un gruppo diversificato, rappresentante di diverse competenze, mercati, settori scientifici ed età, dalla 28-enne esperta di AI (Salamon) all’80-enne futurista (Coates). Tra gli altri personaggi: il paleontologo (Erwin), il futurista giovane (Smart), il sociologo (Bishop), lo statistico (Nagy), l’esperta di evoluzione delle tecnologie (Trancik), il biologo esperto di cervello umano (Wood), il fisico (Hubler), l’esperto di decision making e un po’ politico (Lempert). Presenti anche diverse persone del Business Network dell’Institute in rappresentanza di diversi settori pubblici e privati: dalla finanza all’aereonautica, all’architettura, alla consulenza agli enti governativi. E c’ero anche io… come rappresentante di un’azienda di telecomunicazione italiana che fa parte della rete di business dell’Institute.

Quella dell’Institute è una vera e propria comunità nella quale si è tirati dentro da subito. Il pomeriggio del primo giorno siamo tutti invitati al compleanno di Murray (Gell-Mann, premio nobel per la fisica nel 1969, scopritore del quark). I festeggiamenti sono in tipico stile americano, prato inglese e barbecue. Lì incontro Gell-Mann stesso, già conosciuto nella mia precedente visita a Santa Fe. Mi riconosce e fa la stessa battuta dell’altra volta: “ah, Brunello di Montalcino, migliore annata 1997” (il mio cognome è Spaziani Brunella). Mi fido, la migliore annata penso che debba essere proprio quella. Lui è un’enciclopedia vivente. Oltre che in materia di vino, se la cava bene anche con le lingue. La sua assistente mi racconta che anni fa erano in un cimitero della ex – Cecoslovacchia, e Gell-Mann lesse e tradusse per la sua assistente un lungo testo scritto su una lapide nella lingua del posto; lei gli chiese quando cavolo avesse imparato anche tale lingua, e lui esitante: “mmm… I don’t know”.

Al Santa Fe Institute ti immergi completamente nella comunità degli scienziati e persone d’azienda che lo frequentano, anzi diventi uno di loro, indistinguibile. Sei a casa tua, a pranzo ti siedi nei tavolini all’aperto e cerchi di sostenere una conversazione con il premio nobel che ti parla in slang; oppure capita di essere “disturbato” dal direttore dell’Institute che ti presenta l’ultimo “guy” arrivato, Chris, un atletico signore dai capelli bianchi che poi scopro essere Sir Chris Llewellyn Smith, Oxford University, direttore generale del Cern dal ‘94 al ’98 (Carlo Rubbia, premio Nobel, lo è stato dall’89 al ’93).

Il New Mexico è uno stato strano, dalle caratteristiche sfumate. Grande quanto l’Italia con un milione e mezzo di abitanti, è uno degli stati d’America più poveri, ma ha la più alta concentrazione di PhD (coloro che hanno conseguito il dottorato post laurea) per abitante degli Stati Uniti. Oltre al SFI, hanno sede in questo stato due dei più importanti laboratori di tecnologia americani: i Los Alamos National Laboratories (quelli della prima bomba atomica) e i Sandia National Laboratories.

Santa FeLa città di Santa Fe, 50.000 abitanti, 2000 metri di altitudine, è piena zeppa di gallerie d’arte, di artisti e di gente ricca. Sono numerosi i nativi americani nella zona, rappresentati dal popolo dei Navajo (quelli di Tex Willer).
Sono stato a teatro due sere ad assistere alle seguenti “lecture”: “The Rise of the Speaking Machine-Human Language Evolution” (sull’evoluzione del linguaggio) la prima sera, e “Twilight of the Anthropocene: The Fate of Human Society in the Face of Environmental Destruction” (sulla geologia del cambiamento climatico) la seconda sera. Nonostante gli argomenti non fossero certo di intrattenimento di massa, nonostante la seconda sera piovesse a dirotto, il grande teatro è sempre stato pieno. Non male per una cittadina.

L’onore di iniziare le presentazioni spetta al più anziano del gruppo, Joe Coates. Joe è la prima persona che incontro il lunedì mattina sulla navetta che da La Posada Resort ci porta al SFI. Andiamo bene, penso, settimana allegra; lui, è un tipo di circa 80 anni, alto approssimativamente 1.95, barba bianca. Per evidenti questioni d’età è uno dei pochi futuristi viventi testimone delle tante previsioni “long term” sbagliate. E’ disincantato, solleverà obiezioni nei successivi interventi di molti. Coates afferma che il Foresight non è una scienza. Il termine manicomio può essere utilizzato in modo un pò disonesto, forse comico, ma utile per descrivere il SFI. In un meeting nel quale l’approccio quantitativo dovrebbe farla da padrone, il primo intervento è quello di uno che sostiene che non è possibile parlare del futuro in modo scientifico, e che ribadisce tale convinzione nel corso di tutta la settimana, inimicandosi gran parte degli altri relatori. Dall’alto del suo iniziale carisma (carisma che verrà man mano scemando nel corso della settimana) ed esperienza afferma che il ruolo dei futuristi è soprattutto quello di cambiare la mentalità delle persone e di aiutarle a prendere decisioni di lungo termine attraverso l’individuazione di trend dagli attributi definiti qualitativamente e non quantitativamente. Per molti dell’Institute la sua è una visione antica e superata del mestiere del futurista.

A Joe Coates l’onore del primo intervento del meeting, ma è Alfred Hubler, “External Professor and Director” del Santa Fe Institute e direttore del Centro di Ricerca per i Sistemi Complessi presso l’Università dell’Illinois, a catturare l’attenzione dei più, grazie all’intervento “Energy and IT Technology in 20 Years – A Prediction Based on Current Research Progress”.
Alfred ha un accento tedesco così caratteristico che potrebbe dare voce ad alcuni dei personaggi di Sturmtruppen, ed è una persona eccentrica. L’ultima sera si è unito al gruppo per la “cena di classe” e ha parlato praticamente solo lui. Tra le storie, quella degli alligatori del Colorado, contro i quali fa combattere le sue due figlie per renderle più determinate (vedi questo video); siamo rimasti tutti allibiti, ma lui rassicura che quello della lotta contro gli alligatori è un centro specializzato con tanto di esperti lottatori e di medici… Dieci anni di lettura de “Le Scienze” hanno trovato un senso improvvisamente quella sera, almeno per capire cosa stesse dicendo quando senza freni parlava di gravità quantistica a loop, approfondiva dettagli sulla teoria delle stringhe e altro ancora.

reti neuraliI primi 3 minuti del suo intervento, il secondo giorno del workshop, sono noiosi, inutilmente tecnici, con l’approccio tipico dell’accademico. Poi entra nel vivo del suo intervento, nel corso del quale espone la sua visione del futuro in termini di “technological breakpoint”: la convergenza di energia e informazione realizzata in dispositivi quali batterie e cavi digitali; l’innovazione trainata da “reti neurali atomiche” che si auto-organizzano e che “capiscono” il mondo meglio degli umani.

Roba esotica? Indica a un certo punto gli apparati sperimentali che ha preparato in fondo alla sala. Alfred, che è abbastanza goffo e “grosso”, si muove con naturalezza tra tali apparati e maneggia con destrezza componenti incandescenti resi caldi dall’arco fotovoltaico scatenato dall’alta tensione.
Le tecnologie che potranno essere secondo lui ‘distruptive’ possono già da ora essere provate ed è ciò che ho subito fatto, al termine del suo intervento, fiondandomi su apparati che producono tensioni di decine di migliaia di volt e producono pericolosi archi fotovoltaici.
Tecnicamente, le batterie digitali sono vettori di nano condensatori, ovvero dispositivi concettualmente identici alle memorie flash utilizzate nei più comuni dispositivi elettronici. Nei flash drives viene memorizzata informazione, nelle batterie digitali viene memorizzata energia. Il limite teorico di immagazzinamento di energia nelle batterie digitali è molto alto, paragonabile alla densità dell’energia estraibile da reazioni nucleari; solo che tali batterie hanno un piccolo problema… l’eventuale rapido rilascio di energia da parte dei mini condensatori fa di loro potenti esplosivi, la cui potenza supera può superare quella di qualunque altro esplosivo chimico! Secondo lui la cosa non è poi così grave visto che l’esplosione di batterie di nano condensatori non rilascerebbe sostanze radioattive, bensì sostanze chimiche amiche dell’ambiente…
A ripensarci però, anticipo che è stato l’intervento più ispirante, a prescindere dall’effettiva utilizzabilità commerciale dei suoi brevetti, ti fa capire che tecnologie relativamente banali possono cambiare tutto.

I cavi digitali possono trasportare energia o informazione in modo più efficiente rispetto ai cavi tradizionali e potranno essere utilizzati come computer “general purpose”: vengono caricati dati e programmi a un capo del cavo e, mentre i dati viaggiano lungo il cavo, “collidono” con il programma e sono processati. Il risultato del calcolo arriverà all’altro capo del cavo e, se il calcolo è fatto con algoritmi “conservativi” dal punto di vista energetico, il consumo di energia associato al calcolo è bassissimo. Si dimostra che i cavi digitali, come implementazione hardware di “cellular automata”, sono computer general purpose, ovvero possono eseguire qualunque elaborazione gestibile dai computer convenzionali. Con questo tipo di elaborazione non occorre una CPU ed è concepibile che i futuri computer saranno reti di cavi digitali, senza una CPU centrale, come il cervello umano.

A proposito della cena, 68 dollari e una mancia spropositata praticamente obbligatoria per 2 etti di carne e poche patate crude, però ne è valsa la pena sentire Alfred al di fuori del meeting ufficiale; l’ambiente nel quale si muove, ciò che tocca e i suoi studi di fisica teorica sono la stessa cosa: tutto ciò che osserva viene da lui inquadrato nella vasta cornice teorica che padroneggia, della quale a sua volta trova rappresentazioni ovunque.

(la seconda e la terza parte di questo racconto saranno pubblicate la prossima settimana)

Fonti delle foto: Santa Fe Institute, Museo Civico di Rovereto, Diego Materazzi

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