Non è un segreto che, negli ultimi mesi, i venture capitalist non abbiano investito molto del loro denaro in nuovi progetti d’impresa. Il trend è stato quello di consolidare i business già iniziati e dismettere i progetti meno interessanti, piuttosto che finanziarne di nuovi.
Negli Stati Uniti, durante la prima metà del 2009, c’è stata una riduzione del 44% per gli investimenti delle imprese supportare da venture capital, rispetto allo stesso periodo del 2008. Il secondo trimestre comunque ha visto un netto miglioramento sul primo. Per cui qualche speranza si è riaccesa.
Quel che è degno di nota è il modo in cui i venture capitalist hanno ripreso ad investire il loro denaro. Se, un tempo, gli accordi che venivano stretti tra imprenditore e VC era di tipo round A, adesso in molti si stanno orientando verso il seed financing.
Vediamone le differenze. Nel primo caso, le cifre investite dal VC sono molto più alte: si va dai 3 ai 5 milioni di dollari in cambio di un 33/50% della società partecipata. Inoltre l’investitore ha diverse poltrone occupate nel consiglio di amministrazione – spesso addirittura lo controlla – e può vantare sull’azienda dei diritti molto importanti, come ad esempio il veto su alcune operazioni decisive (vendita, rifinanziamento, ecc.).
Nel secondo caso, con un accordo di tipo seed, tutto diventa meno impegnativo, meno vincolante e soprattutto meno rischioso. Gli investimenti nella singola società sono meno onerosi: parliamo di cifre che difficilmente superano i 2 milioni, attestandosi spesso intorno ai 500 mila dollari. Ne consegue che l’imprenditore può permettersi di trattare con una maggiore libertà nei confronti del VC, impedendogli cioè di avere un eccessivo controllo sulla compagnia.
Caine Moss, sul blog Entrepreneur Corner, approfondisce la questione e suggerisce agli investitori come affrontare un accordo con i venture capitalists, indicando anche cosa concedere loro e quali diritti invece conviene trattenere.
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Giorgio Ventre





