All’elevator pitch di Torino il game designer Federico Fasce ha portato un progetto di business inerente il gioco. La presentazione di Urustar – la sua società che produce giochi per il XXI secolo – parte da una massima di William S. Burroughs in cui si sostiene che i due principi di base del nostro universo siano la guerra e i giochi.
Sappiamo per certo che la gente dedica al gioco un sacco di tempo. In Europa il 40% delle persone lo fa per almeno 12 ore alla settimana; negli Usa questa cifra sale fino al 60%. Un trend, per altro, in salita.
Secondo Fasce i giochi meritano di essere considerati “il medium del Ventunesimo Secolo”. Come dovrebbero essere, allora? Come andrebbero progettati? Innanzitutto si dovrebbe supportare e favorire una delle loro caratteristiche fondamentali: l’essere ‘multiplayer’. Di per sé, il gioco nasce come qualcosa di sociale. lo è intrinsecamente. Sotto questo punto di vista, il tipo di gioco ‘single player’, quello che sino ad ora ha dominato la scena, può essere considerato una vera aberrazione.
Un’altra caratteristica che non dovrebbe mancare ai giochi è la crossmedialità, in quanto ormai non ha più senso pensarli come strettamente legati ad una piattaforma. La tecnologia a nostra disposizione permette tranquillamente di avere molteplici piattaforme che condividono lo stesso insieme di dati – magari salvati in remoto e perfettamente accessibili da device di vario tipo (consolle fisse, consolle portatili, smartphone, ecc.)
Terza feature imprescindibile: la pervasività. Oggi infatti è possibile usare il mondo reale come luogo di esplorazione per cercare e raccogliere dati da utilizzare nel gioco. Basti pensare alla moltitudine di applicazioni ludiche che si possono creare sfruttando un telefono intelligente (tipo iPhone) dotato di modulo GPS.
Ma perché creare un gioco? Oltre alla generazione di valore monetario (il denaro prodotto dalla vendita), la produzione di un gioco può avere altri scopi. Ad esempio può essere un buon veicolo per l’advertising. In questi ultimi anni è stato dimostrato che quello del gioco elettronico si rivela come un ottimo ambiente per veicolare pubblicità e messaggi di tipo promozionale – non solo di tipo ‘display’.
Inoltre, essendo un ambiente chiuso e protetto, il gioco può fungere da valido mezzo per l’apprendimento. È chiaro che giocando si può imparare. Ormai sembra quasi una banalità, ma è così e va ricordato. Diversi pedagoghi lo professano da decenni.
Non da meno, Fasce ci ricorda che giocare può essere una leva stimolante per l’attivismo. Il gioco può spingere la gente a fare qualcosa di concreto nel mondo reale – non solo dal punto di vista strettamente politico.
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Giorgio Ventre





