Pubblichiamo la terza parte del racconto di Massimiliano Spaziani Brunella di Telecom Italia sulla conferenza “The Future Is Not What It Used To Be”, che si è tenuta lo scorso settembre al Santa Fe Institute.
(segue da) Informalmente, nelle pause pranzo o nei coffee break, Doyne Farmer ha più volte ironizzato sulla possibilità di prevedere fenomeni quali l’avvento della superintelligenza o dell’intelligenza post-biologica e sulla possibilità di disegnare scenari relativi. L’ultimo giorno, nelle sue considerazioni conclusive, ribadisce la necessità di utilizzare metodi quantitativi per fare previsioni.
Farmer è un “practitioners” della previsione di vecchia data, conosce il rischio e ha maneggiato l’incertezza. E’ uno degli eudemons: divenne famoso negli anni ’70 quando tentò di sbancare alcuni Casinò di Las Vegas sperimentando soluzioni per la previsione della dinamica della pallina al gioco della roulette. Visto che i calcoli da fare risultavano troppo complicati, si fabbricò per proprio conto, parliamo degli anni ’70, un piccolo computer che utilizzava durante le sue sedute alla roulette, nascondendone alcune parti sotto i vestiti, altre nelle suole delle scarpe, con sensori sparsi in diverse parti del corpo. A Farmer e il suo gruppo degli Eudaemons si sono ispirati film e telefilm.
Fondò anni dopo la Prediction Company, con l’obiettivo, dichiarato già nel nome, di costruire trading system basati su previsioni nei mercati finanziari. Venduta la company alla svizzera UBS, ora fa il professore dividendosi tra il Santa Fe Institute e la Luiss di Roma. È un esperto di teoria del caos ed è la terza volta che lo incontro. Vuole migliorare il suo italiano e (sarà solo per questo?) parla lungamente e volentieri con me.
Peter Bishop
(Futures Studies Report Card, Peter Bishop, Associate Professor of Strategic Foresight and Coordinator of the Graduate Program in Futures Studies, University of Houston. The limits of predictability – The state of long term forecasting)
Anche lui futurista, dove per futurista si intende uno iscritto all’Associazione dei Futuristi Professionisti. È coordinatore del programma in “Future studies” dell’università di Huston, e professore nella stessa università.
Nel suo intervento tenta di fornire categorie di riferimento relative a come pensare al futuro: il futuro prevedibile, che si ispira a principi di ordine e di causalità, il futuro contingente, quello delle sorprese, e il futuro come progetto, quello scelto, tipico delle tradizioni religiose, economiche e politiche occidentali, che assegnano all’individuo la responsabilità del futuro, nelle loro intenzioni e nelle loro azioni. Queste visioni del futuro coesistono.
Il suo intervento è del tipo “Yes, we can”, o del tipo “Ma anche”… ogni riferimento non è puramente casuale. “Doubt is an unpleasant state, but certainty is a ridiculous one”. Le assunzioni risolvono l’incertezza, ma risolvere l’incertezza può non essere la cosa giusta da fare. Probabilità e incertezza caratterizzano il futuro, il linguaggio da utilizzare è quello della plausibilità: potrà in luogo di sarà, dovrebbe in luogo di deve, potrebbe in luogo di dovrebbe.
Robert Lempert
(Shaping Tomorrow Today: New Approaches for Making More Effective Long-Term Decisions, Robert Lempert, Director, RAND’s Frederick S. Pardee Center for Longer Range Global Policy and the Future Human Condition)
Uno scienziato, ma anche politico, il più gestionale di tutti. È professore alla RAND Corporation, un importante think tank che interviene nel dibattito politico americano soprattutto in materia di energia e ambiente, proponendo processi decisionali basati su analisi quantitative. Lui è un esperto di decision making in condizioni di profonda incertezza. Ha tanti titoli e ruoli che non sto ad elencare, tra l’altro è uno dei principali membri del gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, gruppo che ha ottenuto il premio Nobel per la pace insieme ad Al Gore.
L’interrogativo che fa da introduzione al suo intervento è relativo al motivo per cui pensiamo a lungo termine; il lungo termine può motivare, il lungo termine può aiutare nel dibattito politico, oppure il lungo termine può semplicemente intrattenere. Obiettivo del suo intervento non è stato certo l’intrattenimento piacevole e spensierato; ha parlato di cambiamento climatico, di approcci statistici per il supporto alle decisioni e di politiche che regolano le emissioni di biossido di carbonio (CO2) all’interno degli stati e tra stati diversi. Sul fatto che esistano attendibili strumenti statistici che aiutino a fare previsioni di lungo termine in materia cambiamento climatico, beh, non possiamo per il momento che credergli sulla parola.
Per dovere di cronaca, gli interventi più tecnici e specialistici sono stati quelli di Mathews Scott, Jessica Trancik, Bela Nagy, Douglas Erwin.
Mathews, della Boeing, sempre rosso in volto, paonazzo, aspetto fisico molto distante dal suo carattere, estremamente pacato, presenta la gestione tattica e strategia del portafoglio di innovazione nella sua azienda dove la diversificazione del rischio è ottenuta attraverso la creazione di “opzioni reali” con le stesse tecniche utilizzate nei mercati finanziari.
Jessica, la più carina, esperta di tecnologia dei materiali, affronta da un punto di vista squisitamente quantitativo il tema dell’evoluzione delle tecnologie energetiche, posizionando in modo sorprendentemente espressivo le diverse tecnologie per la produzione di energia elettrica in un diagramma costo/emissioni CO2. Introduce un importante parametro, quello dell’efficienza energetica, misurato dalla quantità di emissioni CO2 per unità di energia ottenuta.
Bela, statistico, interviene su “Le previsioni passate col senno di poi: il progresso tecnologico è prevedibile (quantitativamente)?”, dimostrando che il tempo è un “predittore” schifoso (parola sua) quando la previsione è relativa alla tecnologia. Ciò si vede dalla montagna di errori (la error mountain) che caratterizza la stessa legge di Moore, tanto celebrata, nella previsione del costo delle tecnologie al silicio, rispetto ad altri modelli.
Douglas, paleontologo, nel suo intervento non può che proporre di “guardare avanti guardando indietro”, e narra avvincenti diatribe paleontologiche tra Uniformitariani e Catastrofisti (l’equivalente paleontologico del Mediocristan ed Estremistan di Nassin Taleb).
Nel pulmino sulla strada di ritorno verso Albuquerque, e da lì a Denver Francoforte Roma, in pieno deserto, osservo lo stadio per il rodeo, attorno tutto giallo, e ripenso a quei cavalli pazzi dell’Institute. Nel workshop sono stati presentati interventi di pura narrazione o puramente scientifici. Il futuro può essere raccontato per scenari e visioni, e la narrazione stessa è il nostro modello. Allo stesso tempo la narrazione deve alimentarsi di fatti concreti altrimenti, più che ispirare visioni del futuro e ritagliare decisioni e comportamenti di oggi, diventa semplice intrattenimento. A pensarci bene l’intervento più ispirante nel meeting della settimana appena trascorsa è stato proprio quello dello stravagante professore tedesco che, all’astrattezza delle sue visioni sulle future “tecnologie dirompenti”, ha proposto la concretezza dei suoi prototipi. Alfred Hubler è la persona meglio collocata in un evento sul futuro, molto più dei futuristi e degli studiosi di universo Evo Devo. Lui, oltre a essere scienziato e futurista, è prima di tutto un inventore.
Alla fine tutti per l’outsider, l’eccentrico professore tedesco.